Il Pd riparte da Letta, ma Enrico stavolta “non sta sereno”

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“Enrico stai sereno”. E’ passata ormai alla storia la rassicurazione via Twitter dell’allora segretario del Pd Matteo Renzi nei confronti dell’allora premier Enrico Letta, di fronte alle indiscrezioni di stampa che davano l’ex sindaco di Firenze sempre più deciso a prendere il posto da lui occupato a Palazzo Chigi.

“Enrico stai sereno” è diventato una sorta di ossimoro, ovvero l’esatto contrario di ciò che si intende: perché poco dopo lo “stai sereno” Letta è stato “fatto fuori” e Renzi lo ha sostituito alla guida del governo (altrettanto storica la fredda e fugace stretta di mano del premier uscente nei confronti di quello entrante, dimostrazione evidente di una distanza personale e di una reciproca disistima politica mai superata).

Corsi e ricorsi della storia: oggi Enrico Letta è considerato il successore più accreditato per sostituire Nicola Zingaretti alla guida del partito che gli “fece le scarpe”, che lavorò per detronizzarlo da premier in favore di “matteo”. Certo, oggi Renzi non c’è più, ha fondato un altro partito portandosi dietro il grosso delle sue truppe, ma è paradossale che i dem ripartano da Letta, quasi a voler rimarcare ancora di più la rottura con la stagione contrassegnata dall’ex sindaco fiorentino: una stagione che si è rivelata fallimentare sia in termini di risultati amministrativi che di consensi elettorali. Della serie: ripartiamo da dove eravamo rimasti.

Letta sarebbe il candidato al momento più capace di unire le varie correnti del Pd, compresi gli ex renziani rimasti nel partito che non hanno né la forza, né i numeri per imporre un proprio nome; in attesa di un congresso dove sperano di poter serrare le fila e riconquistare la segreteria con Stefano Bonaccini in pole. 

Letta però sembra deciso a porre delle condizioni precise per tornare in campo. In primis l’unità del partito, ovvero una totale convergenza sul suo nome e la celebrazione del congresso non prioma del 2023 quando si spera sia finita l’emergenza pandemica (in sostanza ciò che chiedeva Zingaretti). Non sembra disponibile a fare il semplice traghettatore, ovvero il segretario per pochi mesi, per giunta con un congresso alle porte che scatenerebbe la guerra fra i vari gruppi,

E se i big del Pd, da Orlando a Franceschini passando per lo stesso Zingaretti sarebbero pronti a mettere nero su bianco l’accettazione delle condizioni poste da Letta, forti resistenze arriverebbero dalle minoranze, non soltanto dai renziani (Marcucci, Gori, Lotti, Bonaccini), ma anche dalla componente degli ex popolari (leggi Guerini) e dalla corrente di Matteo Orfini che vorrebbero un congresso ravvicinato.

Una cosa è certa: l’ex premier non tornerà in campo senza la garanzia di non subire lo stesso trattamente toccato a Zingaretti. Perché di “stare sereno” una seconda volta non ne vuole proprio sapere.  

Americo Mascarucci

Dal 1998 giornali e uffici stampa sono stati la mia casa, mi sono occupato di cronaca nera, bianca, rosa, rossa. Ho iniziato raccontando i fatti di paese e di provincia come corrispondente del quotidiano “Il Tempo” nella redazione a Viterbo, poi ho ottenuto l’assunzione in un giornale del gruppo Nuovo Oggi. Solo alla fine approdo nel meraviglioso mondo degli online che non ho più lasciato.

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