Vaccini. Ema, AstraZeneca e quella comunicazione No-Vax dei Si-Vax

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Come era ovvio L’Ema, ha incoronato nuovamente AstraZeneca. Già nei giorni precedenti gli organi di stampa e le tv avevano preparato l’Europa a questa scelta scontata. Ora si riparte. Tutto bene madama la marchesa. Il blocco delle forniture è stato, quindi, generato solo dal timore da parte degli Stati di perdere il consenso dei propri “sudditi”, visto il panico diffuso a seguito delle morti dopo la somministrazione del vaccino della casa anglo-svedese. Ma, l’aveva capito anche un bambino, bloccando le dosi, questo panico è stato di fatto incrementato e amplificato.

Comunque, al di là degli aspetti formali, restano forti dubbi. Innanzitutto la comunicazione dell’Ema ieri. Sulla faccenda è stata poco chiara. Da un lato, non ha identificato un nesso di causalità tra i casi di trombosi e la somministrazione del vaccino; dall’altro non ne ha escluso l’esistenza. Dall’agenzia ci saremmo aspettati indicazioni più chiare.
E poi, come è stata affrontata mediaticamente l’intera questione.

AstraZeneca fin dall’inizio è stata l’azienda che ha marcato più male. I ritardi, le ambiguità nell’informazione, i contratti stipulati con la Ue a dir poco opachi (e qui in buona compagnia, pure Pfizer e Moderna non sono state all’altezza). L’impressione che si ha è di un mega-business, con tanto profitto (si pensi alle forniture prioritarie in altri paesi oltre l’Europa, annullando le dosi concertate nero su bianco con noi), e certamente poco rispetto per le popolazioni. Logico che qualche paese abbia pensato di fare da solo, come l’Italia, visto che la Commissione Ue dopo una prima fase, in cui ha gestito discretamente le operazioni, ha gradualmente perso il controllo.

Ma quando a questo business si sono aggiunte le morti, molte cose sono cambiate. E di fronte a 30 persone decedute per trombosi, la reazione di ogni soggetto interessato (case farmaceutiche, Stati, Bruxelles, medici, epidemiologi, virologi, Oms) è stata molto simile, in linea come comunicazione, a ogni campagna storica “anti No-Vax”.
Le parole d’ordine sempre le stesse: “I benefici superano i rischi, non ci sono indicazioni e correlazione tra gli eventi tromboembolici segnalati tra le persone scomparse e le dosi ricevute”. E poi, il triste conteggio ideologico dei morti. In fondo, 30 non sono nulla di fronte ai milioni di vaccinati, salvati dal virus. E ancora: “E’ inevitabile che ci siano casi più o meno gravi di malattie che si verificano dopo la vaccinazione”; oppure, abbiamo visto delle “reazioni anomale”.

Frasi che si commentano da sole. Che possono essere comodamente rovesciate: se i 30 non avessero preso il vaccino non sarebbero morti, e non si tratta di reazioni anomale, sono morti. Infine, l’aspetto più paradossale è che quando i morti servono a giustificare un’operazione che deve essere obbligatoriamente condivisa, sono mera fisiologia, incidente di percorso. Quando le medesime motivazioni vengono usate ad esempio, da quegli ambienti liberi o definiti negazionisti dal sistema (ambienti che criticano il nuovo Vangelo sostenendo che il mondo va verso un governo unico etico-sanitario, col dio vaccino che ci salverà e ci garantirà la salute eterna), e obiettando che ogni giorno muoiono molte più persone di cancro, infarto, incidenti e altre patologie, rispetto ai morti per Covid, il concetto non passa. Viene demonizzato e censurato.

Ma si accorgono i cantori e propagandisti del pensiero unico che parlano la stessa lingua? Questi sono i laceranti dubbi che sporcano nel profondo la campagna vaccinale, che resta legittima, e che trovano la loro evidenza nelle modalità della grancassa mediatica e negli interessi spaventosi che ci sono dietro.

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