Italiani, popolo di ribelli o di rivoluzionari?

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Italiani, popolo di ribelli o di rivoluzionari? Esiste infatti una differenza abissale fra ribellione e rivoluzione anche se apparentemente i due termini potrebbero anche apparire sinonimi. Ma non è affatto così.

Una netta differenza l’ha sicuramente ben delineata lo scrittore e giornalista francese Guillaume Faye (1949-2019) fra i principali esponenti della corrente culturale e politica ispirata dalle idee del filosofo Friedrich Nietzsche e nota come “radicalismo di destra”, nel suo libro Avant-guerre: Chronique d’un cataclysme annoncé, in cui sembra tracciare un profilo netto del ribelle e del rivoluzionario.

Scrive infatti Guillaume Faye: “Quanto a lui, il rivoluzionario non dimentica mai che la politica è il pilastro del destino dei popoli, che le idee non sono dei fini, ma dei mezzi, che la loro veridicità è importante ma non di meno subordinata alla loro efficacia. Il ribelle non ha mai efficacia nella storia, poiché resta nella sua torre d’avorio e non si impegna. Il rivoluzionario, prendendo su di sé dei rischi concreti, è l’unico ad avere forza di esempio. Il ribelle, in fondo, non ha una causa. La battaglia non è un ultimo atto per salvare l’onore, un affetto nostalgico, una reattività letteraria. La battaglia […] è il modo pratico di vincere il nemico e imporre un nuovo ordine storico”.

E poi ancora: “Il ribelle vuole testimoniare, il rivoluzionario costruire; il ribelle deplora, rammenta il passato e sogghigna, il rivoluzionario immagina e parte all’assalto; il ribelle è fatalista, il rivoluzionario volontarista; il ribelle si fa delle domande, il rivoluzionario vuole apportare delle risposte per ogni cosa; il ribelle è deluso dall’esperienza, il rivoluzionario vuole sperimentare; il ribelle coltiva la derisione, il rivoluzionario l’inimicizia; il ribelle osserva per descrivere, il rivoluzionario per distruggere e ricostruire. Il ribelle rifiuta di vedere il nemico e di parlargli, il rivoluzionario cerca il contatto per meglio divorarlo dall’interno; il ribelle è distante, il rivoluzionario è adattativo. Il ribelle è sprezzante, il rivoluzionario è vendicativo; il ribelle pensa che non potrà mai sopprimere il nemico, il rivoluzionario vuole vincerlo”.

Ecco, la differenza sta tutta in queste righe e spiega perfettamente perché, diversamente da altri Paesi europei, in Italia ci si ferma sempre e solo alla ribellione. Gli italiani alla fine sono insoddisfatti, protestano, si lamentano, ma il loro grido resta circoscritto alla protesta e non sfocia mai in azione. Non che si voglia una reazione violenta, ma è evidente come le ribellioni italiane finiscano puntualmente per essere “assimilate” e “normalizzate” dal potere. Perché il ribelle alla fine vuole “testimoniare” il suo sdegno, ma non si impegna a “cambiare” realmente l’ordine delle cose. E alla fine è sempre il sistema a prevalere e ad assorbire la ribellione. Gli italiani assomigliano tanto ad un popolo di eterni ribelli che però non saranno mai capaci di fare la rivoluzione, a differenza dei francesi che ce l’hanno da secoli nel sangue.

E la domanda finale è: chi è che alla fine avrà cambiato davvero il mondo e ostacolato i progetti del mondialismo globalista proponendo e affermando un modello alternativo di società, di sistema politico, culturale, economico e sociale? Il ribelle o il rivoluzionario? Ai posteri l’ardua risposta che Guillaume Faye sembra averci già dato laddove senza ombra di dubbio afferma che “Il ribelle non ha mai efficacia nella storia, poiché resta nella sua torre d’avorio e non si impegna”.

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