Omicidio Vannini, parla Roberta Bruzzone: “Mi aspettavo un esito diverso”

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Sono definitive le condanne per Antonio Ciontoli, per la moglie Maria e i due figli, Federico e Martina, per l’omicidio di Marco Vannini. La Cassazione ha confermato la sentenza d’appello bis e si è finalmente scritta la parola fine sull’omicidio del ragazzo, colpito da un proiettile nel bagno di casa dei Ciontoli a Ladispoli la notte tra il 17 e il 18 maggio 2015. Quattordici anni per il padre Antonio, 9 anni e 4 mesi per la moglie e i due figli. Ci sono voluti sei anni e cinque gradi di giudizio per arrivare alla verità, ma finalmente giustizia è fatta. Ne abbiamo parlato con la criminologa Roberta Bruzzone che ha seguito il caso sin dall’inizio e se ne è occupata più volte in questi anni seguendo passo dopo passo le fasi processuali.

Dottoressa Bruzzone, è finita, Marco Vannini ha avuto giustizia. Se l’aspettava la conferma delle condanne in Cassazione o temeva nuovi possibili colpi di scena?

“Se devo essere sincera ero convinta che la condanna di Antonio Ciontoli sarebbe stata confermata, mentre nutrivo dubbi su quella dei suoi familiari, ma non in relazione alla dinamica dei fatti che è chiarissima, ma alla fattispecie del reato loro contestato, ovvero quello di concorso anomalo in omicidio. Pensavo che i supremi giudici avrebbero potuto sollevare obiezioni su questo aspetto. Ma ripeto, si trattava soltanto di una valutazione giuridica, perché la responsabilità dei familiari in relazione ai mancati soccorsi è fuori discussione di fronte ad una condotta condivisa dall’intero nucleo. In questo caso possiamo affermare senza ombra di dubbio che sono stati i figli a pagare per le colpe del padre. La sottovalutazione della situazione e l’attesa infinita prima di allertare i soccorsi, è un qualcosa di intollerabile e di inaccettabile”.

L’iter processuale è stato molto tortuoso, i difensori di Ciontoli hanno insistito sulla tesi dell’omicidio colposo sostenendo che se avesse voluto uccidere davvero Marco avrebbe fatto sparire il corpo e non avrebbe chiamato il 118. Come risponde?

“Guardi, su Ciontoli c’è poco da discutere, le argomentazioni sono solide e a mio giudizio inconfutabili. Sulle pene inflitte al resto della famiglia effettivamente pensavo che potessero esserci delle novità, perché in effetti nella sentenza d’appello sembravano emergere delle criticità legate alla fattispecie giuridica, pur all’interno di un quadro accusatorio inoppugnabile. I giudici di Cassazione alla fine sono stati di diverso avviso e non hanno riscontrato vizi di alcun tipo. Per quanto riguarda il Ciontoli, faccio fatica a pensare che possa essere stato qualcun altro della famiglia a sparare. Non si spiegherebbe altrimenti tutto quel tempo lasciato trascorrere a vuoto prima di soccorrere il giovane che agonizzava. La verità è che Ciontoli ha pensato solo ed unicamente a salvare se stesso trascinandosi dietro l’intera famiglia. Che Marco stesse morendo era poca cosa rispetto al rischio di dover subire delle conseguenze. Al netto di tutte le valutazioni che si possono fare mi sento di escludere che altri possano aver impugnato quella pistola. Tutta questa vicenda ruota intorno al suo tentativo di salvarsi anche a costo di far morire il ragazzo. E tutto questo è avvenuto volontariamente, inutile discuterne ancora”.

Cosa ha provato nel leggere la lettera di Martina Ciontoli, fidanzata del povero Marco, a pochi giorni dal pronunciamento della Cassazione?

“Una lettera ispirata dalla paura e dalla disperazione per l’avvicinarsi di una sentenza che poteva spedirla in carcere come poi è avvenuto. Per una ragazza di quell’età, pensare di dover trascorrere almeno i prossimi cinque o sei anni dentro una cella non è certamente una prospettiva allettante. Non penso si sia trattato di una strategia difensiva studiata a tavolino, direi piuttosto che quello era il momento più adatto per dire ciò che si pensava di dover dire. Hanno capito che era giunto il momento di giocarsi il tutto per tutto, e lo dimostra anche il fatto che dopo essere stati in silenzio per sei anni, improvvisamente sia lei che il fratello hanno sentito il bisogno di una visibilità mediatica. Fortunatamente però ai giudici, di quello che succede fuori dalle aule dei tribunali e sui giornali, interessa poco. Posso dire che quella di Martina mi è sembrata una disperazione genuina per una ragazza di venticinque anni che vede spalancarsi davanti le porte di un carcere. Un evento destinato a cambiare definitivamente il corso della vita di chiunque, con tutte le conseguenze poi che ne deriveranno in futuro. Oltre alla pena detentiva comunque limitata nel tempo, ci sarà sempre quello che io chiamo ‘ergastolo mediatico’ e che l’accompagnerà per sempre”.

La mamma di Marco ha commentato la sentenza definitiva specificando che non c’è stata nessuna vittoria, perché Marco è morto e un’intera famiglia andrà in galera. Che effetto le hanno fatto queste parole?

“Parlare di vittoria in un simile contesto è fuori luogo, con un ragazzo di vent’anni al cimitero si può parlare soltanto di giustizia. Non ha vinto nessuno. Marco non c’è più, gli è stato impedito di vivere la sua vita, e dall’altra parte c’è una famiglia che finisce in carcere, con due figli e una madre che in questa storia c’entrano collateralmente essendo stati condizionati dall’ingombrante figura del capo famiglia. Un condizionamento psicologico talmente forte che li ha spinti a non valutare la gravità di ciò che era accaduto quella notte e a mettere al primo posto gli interessi del padre e del marito rispetto alla vita di Marco”.

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