Governo. Ddl Zan, Fedez, Durigon, loggia Ungheria: ecco cosa c’è dietro

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Da quando c’è l’ex governatore della Bce, amico di Mattarella, i partiti che contano, da una parte stanno inesorabilmente convergendo verso un grande nuovo centro moderato, liberale ed europeista; dall’altra, continuano mediaticamente a guardarsi in cagnesco.

Da un po’ assistiamo infatti, a un estenuante, cinico gioco, di messaggi, di veti incrociati, minacce in codice, uso strumentale della cronaca, solo per rassicurare i loro elettorati e per evitare che i cosiddetti nemici possano prendere il sopravvento nelle scelte di Palazzo Chigi. Orientando le decisioni a livello ideologico. E quindi, monetizzabile per le future consultazioni elettorali.

I temi oggetto della disputa trasversale sono noti, risaputi, triti e ritriti: l’economia, le riaperture, i migranti, la distribuzione dei soldi del Recovery, i temi etici.
Questi ultimi sono i più gettonati, ma anche i meno pericolosi. Perché sono a costo zero e consentono a destra e sinistra di presidiare i rispettivi ambiti, senza scalfire, consumare, erodere, le ragioni fondanti del governo Draghi, che sono l’economia, la ripartenza e i rapporti positivi con Bruxelles.
Prendiamo il “caso-Durigon”. Il sottosegretario da giorni è al centro di una campagna del fango senza precedenti. Al di là delle responsabilità denunciate dal sito Fanpage e che sarà la magistratura ad accertare, è del tutto evidente che l’obiettivo è indebolire Salvini, la sua comunicazione di lotta e di governo e il suo disegno, finora felice, di egemonizzare l’esecutivo. Durigon fa parte del cerchio magico, è l’artefice di quota 100 e da sottosegretario all’Economia può incidere molto, esattamente come il ministro Giorgetti, potente, amico personale sia del capo dello Stato, sia del premier, ma estraneo al cerchio.

E il Pd, in crisi di valori, identità e dirigenti, tanto che ricorre a Fedez come simbolo delle sue lotte relative unicamente per i diritti civili, avendo abbandonato da secoli i diritti sociali ed economici, sta usando questa arma per fermare il Capitano, per stressarlo, ma non al punto da far cadere il governo. In questo caso ci rimetterebbero in parecchi.
Capitano che, specularmente, potrebbe usare contro il Pd il “caso Palamara”, il segno della corruzione genetica delle toghe, la misteriosa storia della Loggia Ungheria: pesanti clave nei confronti del Nazareno. E ancora, potrebbe usare il caso Ciro-Grillo, come detonatore e freno per le velleità del Movimento, in attesa di risorgere o dannarsi per sempre, con l’arrivo di Conte. Insomma, tutti che controllano e ricattano tutti. A beneficio di un equilibrio precario che coincide con l’equilibrio in progress di Draghi.

Prendiamo pure l’affaire-Fedez. Nessuno pensi che il tema sia l’omofobia, gli attacchi del cantante e le relative risposte che ci sono state per animare lo scontro tra credenti e laicisti.
C’è molto di più. La vera partita è la prossima stagione delle nomine Rai. A giugno ci sarà il rinnovo del Cda aziendale. Draghi e il ministro Franco non hanno fretta: “Aspettiamo di vagliare i curriculum arrivati per scegliere i più adatti”. Si può credere a una frase del genere? La meritocrazia sarà un valore per l’informazione pubblica, quando i partiti toglieranno le mani di dosso alla Rai. Lo scontro tra Fedez e Rai 3 (coinvolti, l’organizzatore del primo maggio Massimo Bonelli, la vicedirettrice di Rai 3 Ilaria Capitani e il direttore di Rete Franco Di Mare), non c’entra nulla col Ddl Zan e le accuse agli esponenti leghisti di essere medioevali, ma riguarda le dinamiche interne al servizio pubblico. E non se ne uscirà se la Rai non sarà totalmente privatizzata, o almeno gestita con regole nuove. Al momento i partiti ancora dominano; secondo la prassi in vigore, 4 membri del Cda saranno decisi dal parlamento, due dal governo e solo uno dai dipendenti Rai.
Attenti quindi, alle battaglie virtuali. Come una matrioska, nascondono le facce più interne. Le questioni vere.

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