Roma. Zinga e Sileri giù, la Raggi resta. Torna Gualtieri. Fine dell’Ulivo3.0

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Dalle Alpi alle Piramidi, da Roma capitale della politica nazionale, a Roma, appuntamento “capitale” delle prossime elezioni amministrative, la verità è la stessa: la coalizione riformista è solo un annuncio.

Troppe differenze tra grillini e Pd, troppi salti del rospo. I dem, da tanto tempo, sono in crisi di idee, identità, personale spendibile. I tentativi di Letta di dimostrare di esistere, rispolverando temi e battaglie ideologiche retrodatate, come lo ius soli, il voto ai 16enni e l’ostinazione sul Ddl Zan, unicamente per osteggiare l’attivismo di Salvini e rassicurare la base, si commentano da soli. I 5Stelle, dal canto loro, sono addirittura sotto terra, sotto traccia. Se ci fosse un referendum tra gli italiani, alla domanda che razza di Movimento è ora, quello che voleva aprire il parlamento come fosse una scatoletta, nessuno saprebbe rispondere.

Una cosa è certa, Conte, come bandiera del futuro, era partito forte, anche grazie alla regia di Grillo; poi, si è dovuto fermare per il susseguirsi di vicende pubblico-private, che hanno stoppato le arrembanti strategie in cantiere: dalla vicenda personale del Garante, fino alla sentenza del Tribunale, che ha certificato l’illegittimità della posizione di Crimi, come reggente, creando un drammatico cortocircuito interno e ringalluzzendo appetiti (l’opposizione intestina) che si erano sopiti.
Conte voleva e vuole, trasformare un partito ex-rivoluzionario in un partito istituzionale, verde, moderato e liberale, incassando il consenso dei governisti, alias poltronisti, e ovviamente, il mal di pancia dei duri e puri.

Ma due debolezze non fanno una forza. E’ vero che Letta e Conte sono speculari anche fisicamente, entrambi convergono al centro, in omaggio all’aria che spira da quando c’è Draghi e il suo governo di ricostruzione nazionale, ma il caos romano, è emblematico: l’Ulivo3.0 non si costruisce con la bacchetta magica. Ci vogliono personaggi alla Prodi e un minimo comune denominatore tra alleati.

Zingaretti, come noto, era pronto a scendere in campo, evitando pure danni al governo regionale, visto che un interstizio della legge, avrebbe consentito di non decadere fino a eventuale elezione a sindaco. Non obbligando quindi, a votare in contemporanea sia per il Campidoglio e sia per la Regione.

L’accordo sulla carta era chiaro: Zingaretti contro la Raggi al Comune e Sileri votato da tutto il centro-sinistra (Pd e 5Stelle), candidato governatore. Sarebbe stato l’avvio ufficiale del nuovo centro-sinistra.
Sperando in un passo indietro della Raggi. Che non c’è stato. Anzi, nei giorni scorsi, si è notato un certo cambiamento nell’aria. Improvvise dichiarazioni pro-Raggi, da parte di Conte e dei maggiorenti grillini. Insomma, è partito il veto all’operazione. Cosa sia scattato resterà un mistero.
Morale, la Raggi appoggiata e rafforzata, e Zinga costretto a rinunciare. Per lui è vera sconfitta, più grave rispetto alla perdita della poltrona di leader del Pd.
E con lui, è una Waterloo pure di Bettini. A questo punto, è caduta anche l’ipotesi-Sileri e la palla è tornata al centro del campo. Fine della partita.

I dem hanno resuscitato la seconda scelta (prima, se consideriamo il tempo), ossia, Gualtieri, già sacrificatosi come ministro.
Lui dovrà duellare con la Raggi. Le primarie del suo partito, previste per il 20 giugno, saranno un ulteriore passo formale di consacrazione, già deciso dall’alto (come sempre avvenuto nella storia dem. Le incoronazioni di vertice sono un tratto che li accomuna ai grillini: a ogni richiesta di consenso richiesto alla piattaforma Rousseau, per il Conte-1, per il Conte-2, non c’è stato mai un no). Ma la sensazione che si ha è che si tratti di un rimedio. Del risultato di effetto-domino. E il centro-sinistra-riformista che verrà non può essere un rimedio.

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