Più soli e arrabbiati. Con il Covid aumentano disinteresse ed egoismi

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La pandemia ha fatto crollare anche la partecipazione degli italiani alle attività sociali e di volontariato. Il titolo del sito Dagospia da questo punto di vista è emblematico: “Sempre più soli e sempre più incazzati” e meglio di tante analisi sociologiche dimostra come il Covid ci abbia tolto proprio tutto, anche la passione di impegnarci nel sociale

Dagospia prende spunto da un articolo di Repubblica firmato da Ilvo Diamanti in cui si evidenzia il crescente disinteresse delle persone per le sorti della “comunità”.” Tutti sperano che la pandemia finisca presto. Ma siamo consapevoli, al tempo stesso, che lascerà conseguenze profonde non solo sulla nostra salute e sul sistema sanitario. Ma sulla nostra vita. Personale e pubblica”.

Poi si passa ai dati nudi e crudi: “I dati dell’ Osservatorio sulla Sicurezza, curato da Demos per la Fondazione Unipolis, offrono un profilo chiaro – e inquietante – di questa tendenza. Tutte le principali forme di partecipazione appaiono in calo, soprattutto dopo il biennio elettorale 2018-19. Questo fenomeno, però, non riguarda solo – e soltanto – le iniziative politiche. Si allarga, invece, a tutti i settori. A partire dal volontariato. Dalla fine del 2019, la partecipazione è crollata. In ambito politico: risulta sparita. Infatti, ‘ammette’ di averla praticata, anche una sola volta nel corso dell’ anno, meno del 10% degli italiani (intervistati). Lo stesso orientamento emerge per le ‘manifestazioni pubbliche di protesta’”. Un segnale preoccupante.

L’articolo si chiude con questa amara constatazione: “Non possiamo sottovalutare il significato – ed effetti – di questa tendenza sul piano sociale. Perché la paura del Covid può indebolire ed erodere le basi stesse della società. Il sistema di relazioni fra le persone. L’ impegno nella vita pubblica. I legami di solidarietà. Più semplicemente, i rapporti con gli altri. E “confonde” la nostra identità, che si forma con-vivendo, vivendo insieme, con-dividendo: valori, esperienze. Le stesse paure”.

Ma non si era detto che il Covid ci avrebbe fatti riscoprire il significato della parola solidarietà? Che ci saremmo risvegliati tutti meno egoisti e più sensibili ai problemi degli altri? Che avremmo scoperto l’importanza di fare squadra, di essere comunità e di condividere tutto?

A distanza di un anno dallo scoppio della pandemia i risultati sono invece opposti. Ci siamo chiusi ancora di più in noi stessi, è aumentata l’invidia sociale, si sono ampliati i divari economici e la gente si è talmente disaffezionata da non interessarsi più a niente, se non al proprio destino.

Con l’avvento del Covid è stato ancora più chiaro come esistano due Italie opposte, quella dei garantiti dallo stipendio dello Stato e quella dei non garantiti che non possono lavorare e guadagnare e che sono costretti a vivere di sostegni (che non arrivano e non bastano), avendo la disgrazia di essere liberi professionisti, ristoratori, commercianti, artigiani, colpiti più di tutti dagli effetti negativi dei lockdown. Due Italie opposte ed incomunicanti dove la solidarietà resta una parola assolutamente sconosciuta.

E alla fine, come giustamente ha evidenziato Dagospia, siamo tutti più soli (impauriti e diffidenti degli altri, bravi in certi casi a fare i delatori) e più “incazzati” perché tutto va a rotoli e nessuno sembra in grado di dare risposte e soluzioni. E in uno scenario del genere la principale vittima rischia di essere proprio il cosiddetto “terzo settore”, il mondo del volontariato e della solidarietà. Perché dal famigerato e abusato “ce la faremo” si è passati ormai al più realistico e opportunistico “aiutati che Dio t’aiuta”.

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