Verso il “partito di Draghi”? Dalla Carfagna i primi indizi

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Per chi avesse ancora dubbi sulla tenuta del centrodestra non dovrebbe far altro che riguardare la puntata di Otto e Mezzo di ieri sera con ospite la ministra del Sud Mara Carfagna. Esponente di Forza Italia, (ex) berlusconiana ormai chiaramente draghiana. E soprattutto anti-sovranista.

Le bordate maggiori sono state per gli alleati di centrodestra, Matteo Salvini e Giorgia Meloni su tutti. Attacchi frontali non si sono sentiti, ma è apparso evidente come la Carfagna abbia voluto sbarrare la strada alle aspirazioni alla leadership del centrodestra, tanto di Salvini che della Meloni.

In che modo? Facendo capire chiaramente che non basterà essere il leader del partito che prenderà più voti per essere anche il leader della coalizione o addirittura il candidato premier. E questo perché, il patto siglato nel 2008, in base al quale il leader del partito con più voti sarebbe stato anche leader del centrodestra “è stato rotto da Salvini quando ha scelto di allearsi con i 5 Stelle” ha spiegato Carfagna.

Ma al di là degli scontati distanziamenti dalle posizioni sovraniste (la Carfagna non è nuova a questo del resto) è apparso evidente come nei discorsi del ministro del sud si percepisse chiaramente un certo riposizionamento ben al di là dell’attuale centrodestra. Ovvero la prospettiva di un’area moderata da ricostruire tutta intorno a Mario Draghi come punto di riferimento, perché come Carfagna lascia intendere Berlusconi ormai appartiene al passato e mai nessuno nel centrodestra potrà essere alla sua altezza (e seppur con la cautela dovuta, il ministro ha lasciato intendere che le voci su un aggravamento delle condizioni di salute del leader di Forza Italia sarebbero tutt’altro che infondate).

“C’è bisogno di ricostruire il campo occupato in passato da Forza Italia” è l’imperativo categorico della Carfagna e difficilmente questo potrà avvenire in un centrodestra ormai caratterizzato dalla lotta per il primato fra Salvini e Meloni. Insomma, la sensazione che si percepisce è che alle prossime elezioni politiche si assisterà ad una scomposizione degli schieramenti, specie nel centrodestra, e che nasca sulla scia di Draghi un nuovo soggetto centrista, moderato, liberale ed europeista in grado di raccogliere i “draghiani” al governo che sono in cerca di una nuova casa. E quasi sicuramente la coppia Brunetta-Carfagna sarà della partita (difficile stabilire se lo sarà anche la Gelmini), visto che si tratta di ministri scelti personalmente da Draghi pur nell’ambito di una selezione all’interno dei partiti.

Certo, molto dipenderà dalla nuova legge elettorale, se sarà maggioritaria o proporzionale farà senza dubbio la differenza. Ma è certo che Draghi, indipendentemente dalla salita o meno al Quirinale non sarà una meteora, né un premier di passaggio. Lui non scenderà direttamente in politica, ma con il suo governo ha sicuramente offerto un nuovo modello e uno spazio di manovra per quanti vogliono creare un’area moderata e liberale, una sorta di centrodestra 2.0 in aperta concorrenza con il centrodestra sovranista. Un’area dove potrebbero ritrovarsi renziani, calendiani, ex berlusconiani e perché no, anche leghisti come Giorgetti, che presto o tardi potrebbe dover fare i conti con l’irruenza di un Salvini a rischio superamento da parte della Meloni tentato di staccare anzitempo la spina al governo di unità nazionale. 

Perché come ha ammesso Carfagna: “Io ho fatto battaglie perché il centrodestra si smarchi dalle idee sovraniste e mi sento a mio agio con il premier Mario Draghi. Che è l’uomo giusto al momento giusto”. Giusto per cosa? Per salvare il Paese o costruire pure una nuova politica?

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