Pd. A “Sette” la ricetta Ztl di Letta: un partito a traffico limitato. Quindi inutile

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Il tentativo di Enrico Letta è disperato. La sua intervista a “Sette”, il magazine del “Corriere della sera”, è emblematica e tragicomica. Dimostrazione di un partito in crisi, di una leadership individuale e collettiva in crisi e di una storia gloriosa senza futuro (la Meloni nei sondaggi è sopra i dem).

Cos’è, infatti, oggi il Pd? Di nuovo finora c’è stato solo il cambio veloce e repentino delle lettere-sigla: Pci, Pds, Ds, Pd. Ma la sua identità è ignota e liquida: nessuno sa se sia un partito social-democratico, laburista, clintoniano, obamiano, bideniano, progressista, liberal-progressista. L’unica definizione che forse lo connota meglio è “radicale di massa”, per la ostinata propensione (da Renzi in poi) a trattare esclusivamente i diritti civili, dimenticando i diritti sociali ed economici (il suo Dna). In altre parole, non più il “partito degli ultimi” (gli oppressi, gli sfruttati, i poveri, gli operai, i contadini), ma il “partito dei primi”, dei garantiti, dei conservatori dello status quo, lo strumento-amplificatore delle banche, degli imprenditori, della finanza, delle lobby, italiane ed europee.

Insomma, una marca commerciale laicista. Etichetta che, a suo tempo, già nel 1974 Pasolini, aveva magistralmente intuito (il tema era la vittoria della sinistra al referendum sul divorzio): “Ma quale vittoria, altro che diritti civili, qui è la vittoria dei diritti del consumatore. Il divorzista, come l’abortista è un perfetto consumatore”. Di corpi, di persone, di bambini.
E la rivoluzione di Letta al momento, in cosa consiste? Far uscire il Pd dalla Ztl, quel centro storico di Roma che non è solo un’area geografica a traffico limitato, ma l’espressione di una appartenenza sociale limitata; quel ceto borghese liberal e radical di cui sopra, che pensa alla fine del mondo e non alla fine del mese. Irrimediabilmente finiti i tempi dei quartieri popolari come lotta alle ingiustizie e alle disuguaglianze.

Letta è sereno? Niente affatto. Sa bene che è stato chiamato dal Soviet interno perché, dopo Renzi e Zingaretti, le liti interne erano insanabili e c’era bisogno di un papa straniero: “Mi hanno chiamato per questo, la Curia non si metteva d’accordo”. Quella stessa Curia che lo aveva defenestrato senza battere ciglio dal giorno alla notte. Della serie, “usa e getta dall’alto”; alla faccia del partito democratico che rispetta il mondo, i migranti, tutte le minoranze etniche, sociali, sessuali.

Un altro segno dell’involuzione dirigista del partito è proprio il deficit di rappresentanza femminile. Un mese fa, appunto, su tutti i giornali abbiamo assistito alla guerra intestina per inserire almeno qualche donna nelle cariche parlamentari di capo-gruppo (c’era stata la rivolta delle varie dirigenti). Alla domanda di Sette “che la destra maschilista ha leader donne in tutta Europa, mentre la sinistra è comandata ovunque da maschi”, il neo-segretario dem non ha trovato di meglio che ricorrere alla solita superiorità morale della sinistra (scappatoia sempre più grottesca): “La destra ha donne ai vertici, ma dietro ha gli uomini; io invece, voglio creare le condizioni per una effettiva uguaglianza”. Quindi, le varie Serracchiani non hanno uomini dietro. Ma li hanno solo davanti.

Ma è sul piano politico-programmatico che Letta, ha evidenziato la sua estrema difficoltà di visione, di prospettiva. “Per me esiste solo il diritto al futuro – sostiene – capace di riunire i diritti sociali e quelli civili”. Come volevasi dimostrare: un partito radicale di massa, violetto, icona Lgbt, con una verniciatina solidarista, umanitaria, a metà strada tra il globalismo, Biden, e papa Francesco, versione pauperista. Cioè, esattamente come è ora il Pd.

Un soggetto politico oscillante tra impotenza politica, che ripesca sempre lo spettro antifascista (con le sue varie declinazioni storiche, da Mussolini a Berlusconi, da Berlusconi a Salvini), quando non sa che dire, oppure si rifugia in un utopismo astratto, tipo voto ai 16enni, ius soli, ossessione per l’approvazione del Ddl Zan; battaglie a costo zero, avulse dallo spirito e la mission del governo Draghi, nato per ricostruire moralmente ed economicamente l’Italia e gestire i soldi del Recovery.
Un ideologismo per altro, basato sul nulla o sulla riproposizione di slogan superati dalla stessa sua tradizione. Un esempio per tutti? “La destra dice prima io, la sinistra dice prima noi”. Ma qualcuno spiegherà mai a Letta che l’individualismo di massa è l’ultimo passaggio della lotta di classe non più collettiva, secondo categorie marxiste, ma ormai individuale, l’invidia sociale, l’uomo vale uno, cioè la cifra del radicalismo di massa, laicista (ogni desiderio è un diritto), che la sinistra politica conduce da decenni (che sono appunto i diritti civili)?

E qualcuno gli spiega che la destra, al contrario, almeno in alcune sue componenti culturali, si richiama al senso dell’identità collettiva, culturale, storica, religiosa che è il vero “noi”? Corradini, il capo del nazionalismo italiano, diceva che la patria è la prima forma di solidarietà nazionale”.

In conclusione, che stia veramente sereno Letta, al massimo la sua rivoluzione lo farà uscire dalla zona Ztl, ma per entrare nel post-grillismo, un altro partito che verrà, come il suo: liberal, moderato, ecologista, sostenitore dei diritti civili (Ddl Zan), e sociali (reddito di cittadinanza). L’unica verità oggi è l’uguaglianza tra Letta e Conte.

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