Europa (di nuovo) matrigna: esaurita la minaccia del Covid, torna quella dell’austerity

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di Massimo Spread

Com’era la vulgata di questi mesi? L’Unione Europea è cambiata, ha capito la lezione, ha cominciato a seguire le indicazioni di Draghi, è pronta a sostenere i suoi membri, non è più dominata dai paesi “frugali” (leggi “avari”). Pareva di essere entrati in una fase nuova, che l’uscita del Regno Unito prima e la minaccia comune del Covid poi avessero convinto gli europei di avere un destino comune, che ci si salva tutti insieme o nessuno. Ma ci si era illusi; è bastato che la campagna vaccinale togliesse di torno l’ansia pandemica perché Bruxelles si levasse la maschera buonista e riprendesse la sua vecchia espressione arcigna.

Ad annunciare che la ricreazione sta per finire è stato ieri il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis, secondo il quale le regole UE sui conti pubblici torneranno in vigore tra appena due anni. Insomma la clausola generale di salvaguardia, che ha permesso di limitare i danni economici della catastrofe sanitaria causata dal Covid, resterà in vigore ancora per il 2022 e poi basta, si torna ai vecchi, assurdi parametri di Maastricht.

Che siano assurdi lo dicono i numeri: 13 paesi membri su 26 violano la regola del debito, 24 su 26 sfondano il tetto del deficit. Di solito quando le regole non sono più rispettate da nessuno si cambiano, ma il commissario europeo all’Economia Paolo Gentiloni ci ha subito avvisato che “non sarà facile”. Bontà sua, ha assicurato che “ci proveremo”. E se non ci riusciranno, torneranno quelle terribili invenzioni che fino a un anno fa riempivano le pagine dei giornali, come i tagli alla spesa, il rientro del debito, le sanzioni per gli inadempienti. Insomma tutte quelle belle invenzioni che quasi fecero andare a gambe all’aria l’economia italiana in occasione della crisi dei debiti sovrani tra il 2011 e il 2012.

Ma già ora, nei giudizi sulle politiche di bilancio pubblicati dalla Commissione, si comincia a chiedere all’Italia di riprendere a stringere la cinghia, suggerendo di perseguire “una politica di bilancio prudente”. Prudente, ovvero tendente al risparmio. Gentiloni ha provato a indorare la pillola raccomandando all’Italia di evitare “l’accumulo di spesa corrente”, ovvero il cosiddetto debito cattivo, concentrandosi su quello buono, ovvero investimenti e riforme attese ormai da decenni, come quelle del fisco, della PA e della giustizia. Ma questo è precisamente quello che il governo Draghi sta facendo, quindi il richiamo è sembrato un mettere le mani avanti, magari per prepararci ad altre brutte notizie.

Che puntualmente sono arrivate oggi, quando il potenziale successore della cancelliera Angela Merkel (e quindi aspirante prossimo padrone del vecchio continente) Armin Laschet ha detto di non vedere l’ora di tornare al patto di stabilità, perché “una politica del debito incontrollabile sarebbe dannosa per la Germania e per l’Europa, indebolirebbe l’euro e non sarebbe durevole”. Gli ha fatto subito eco l’ex ministro delle finanze Wolfgang Schaeuble, che ha detto di aspettarsi di tornare a breve alle vecchie regole e facendo capire di non vedere alcuna necessità di modificarle.
Insomma, se Draghi ha potuto in questi mesi approfittare della disponibilità di un’Europa smarrita e tutto sommato disponibile al compromesso, sembra che il tempo del dialogo sia finito. Per quest’autunno, con la campagna vaccinale finita e un nuovo cancelliere a Berlino, l’Europa è pronta a riprendere il suo ruolo di arcigna protettrice degli interessi dell’Europa del nord. L’inverno sta arrivando.

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