(Dis)Unione Europea: tra global tax e patto di stabilità è sempre “tutti contro tutti”

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L’Europa è di nuovo in stato confusionale e la diagnosi è sempre la stessa: schizofrenia. Se da un lato, con gli interventi a gamba tesa della Commissione UE, rischia di distruggere la solidarietà sperimentata durante la pandemia annunciando il ritorno del Patto di Stabilità e quindi delle lotte tra il blocco dei “frugali” (Austria, Svezia, Danimarca, Olanda) e il club Mediterranee (Italia, Spagna, Grecia), con Francia e Germania a sostenere ora un gruppo ora l’altro a seconda delle convenienze, dall’altro tenta di mostrare una unità d’intenti almeno di fronte al resto del mondo sulla questione della tassazione internazionale discussa lo scorso fine settimana al G7 di Londra. Insomma, nello spogliatoio di Bruxelles si litiga ma quando si va in trasferta si cerca di passare per un gruppo affiatato.

Così, in previsione della riunione dei ministri delle finanze del G7 svoltosi il 5 giugno nel Regno Unito “traditore”, i ministri dell’economia europei hanno provato a parlare con una sola voce. La spagnola Nadia Calviño, l’italiano Daniele Franco, il francese Bruno Le Maire e il tedesco Olaf Scholz, che a Bruxelles litigano su tutto, hanno deciso di presentarsi agli inglesi con una lettera aperta sul Guardian nella quale hanno proposto l’introduzione di “un sistema di tassazione internazionale più equo e più efficiente, che era una priorità già prima dell’attuale crisi economica”. Citando la proposta del presidente americano Joe Biden, che aveva ipotizzato una tassazione minima di almeno il 15%, si erano impegnati a definire una posizione comune su un nuovo sistema di tassazione internazionale, perché “lo dobbiamo ai nostri cittadini”. Nientemeno.

Puntualmente, l’accordo è arrivato, ma in realtà nulla cambia. Quella appena siglata è una semplice dichiarazione d’intenti; perché si arrivi a una tassazione effettiva bisognerà trovare un’intesa anche al prossimo G20 in programma a Venezia (di cui l’Italia ha la presidenza) e possibilmente sulla creazione di un’agenzia internazionale che verifichi il rispetto della norma da parte di tutti i paesi, collaborando con le polizie tributarie di tutto il mondo. Insomma, nella migliore delle ipotesi le multinazionali cominceranno a pagare tra qualche anno. Ma potrebbero anche non farlo mai, proprio a causa dell’Europa che, se a livello di G7 si è mostrata compatta, potrebbe dividersi quando la discussione si sposterà all’Ocse, dove paesi come l’Irlanda, l’Olanda e Lussemburgo, arricchitesi grazie alle irrisorie tasse richieste alle varie Google, Facebook e Amazon che hanno lì le loro sedi operative e fiscali, potrebbero rompere la presunta unità europea. Anche perché tra i paesi danneggiati dal nuovo accordo ci sono anche l’Ungheria, la Bulgaria e Cipro, paesi piccoli ma battaglieri e capaci di allearsi con chiunque pur di bloccare la riforma.

Con ogni probabilità assisteremo a una lotta intestina nella quale i paesi europei più grandi, alleati degli Stati Uniti, faranno la guerra al dumping fiscale di Dublino, Amsterdam e Lussemburgo, terrorizzate dall’accordo. Se questo passasse le multinazionali sarebbero costrette a farsi tassare «almeno il 20% dei profitti che superano un margine del 10%» nei Paesi dove vengono realizzate le vendite. In questo modo prevarrebbe il principio secondo il quale si pagano le tasse dove si fanno profitti, non dove si ha la propria sede. Molte aziende non troverebbero più vantaggioso stabilirsi in un paese con la fiscalità più favorevole, trovando più conveniente farlo nell’area dove opera di più. Insomma, Dublino, che in sé è un mercato del tutto marginale, perderebbe molto del suo appeal.

Non c’è da dubitare che, insieme al ritorno del patto di stabilità e alla sempre spinosa questione della ripartizione dei migranti, la global tax sarà una delle tante prove in cui l’Europa dovrà dimostrare di non essere disunita come sembra. Lo spogliatoio per ora è silenzioso, ma c’è da scommettere che tra qualche settimana ne sentiremo delle belle.

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