Patto di stabilità, il governo batte un colpo sovranista. Che può succedere ora

giovedì, 30 Aprile 2026
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Patto di stabilità, il governo fa sul serio. Almeno così pare leggendo la nuova frase comparsa stamattina sulla risoluzione al Dpf. Nel documento si fa esplicito riferimento alla possibilità di «attivare clausole di salvaguardia attivando al contempo interlocuzioni presso l’Unione Europea volte al riconoscimento dell’eccezionalità della situazione». La frase è barocca, ma il suo significato è chiarissimo: Roma è pronta a sfidare Bruxelles.

È un fatto politicamente clamoroso perché è la prima volta, in tre anni e mezzo, che il governo di Gorgia Meloni si appresta a contestare l’”ortodossia” europea. Lo scopo è quello di aiutare famiglie e imprese a sostenere i costi energetici che sono esplosi dopo l’attacco israelo-americano all’Iran.

Perché siamo arrivati a tanto? Perché l’Italia non si può permettere di seguire i canoni Ue in materia di deroga al Patto di stabilità, una possibilità ammessa dagli eurocrati solo in presenza di una crisi conclamata, come fu al tempo del Covid. Dire che si tratta di un criterio assurdo è dire poco. È come se, per intenderci, un chirurgo fosse autorizzato a operare un paziente solo quando questi sta per morire e non invece quando si manifestano i primi sintomi della sua grave malattia. Che senso ha?

Si tratta solo di una ottusità burocratica che la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e il commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis hanno ribadito in questi giorni: l’innalzamento dei prezzi di gasolio e gas a seguito della guerra in Iran non è, per il “sinedrio” di Bruxelles, un’emergenza tale da autorizzare ulteriori spese a sostegno dell’economia italiana. Detto in modo più colorito: «Potete anche schiattare, ma non dovete sgarrare neanche di una virgola rispetto a quanto è stabilito nelle regole europee».

Evidentemente, il governo non ci sta a far morire l’Italia sotto il tallone della burocrazia di Bruxelles. È per questo che, agli algidi ragionieri della Commissione, Meloni e il ministro Giancarlo Giorgetti chiederanno di riconoscere l’eccezionalità della situazione che si è venuta a creare con la chiusura di Hormuz.

Non c’è ovviamente da aspettarsi che Bruxelles accetti la richiesta italiana, anche perché Meloni non potrà contare né sulla sponda di Friedrich Merz (la Germania è capofila dei “rigoristi” del Nordeuropa) né su quella di Emmanuel Macron (la Francia non avverte l’emergenza energetica grazie alle sue centrali nucleari).

Dunque, ci sarà da combattere. Se a Bruxelles non dovesse aprirsi il minimo varco, il governo potrebbe comunque forzare la mano. Sarebbe però una strada non priva di rischi. I mercati (i veri padroni dell’economia mondiale) potrebbero “punire” l’Italia, con l’inevitabile aumento dello spread e del costo del debito. Però non è detto. Il peggioramento della nostra situazione finanziaria potrebbe anche essere contenuto.

La vera domanda è: il governo è disposto ad andare fino in fondo? Lascia riflettere quanto affermato oggi da Giorgetti alla Camera: «Un Paese indebitato non è totalmente libero». Sembra una frase rassegnata, ma non lo è. Nell’ammissione di una minore libertà c’è un’implicita domanda di sovranità.

Staremo a vedere. Certo è il fatto che, se Meloni non ha intenzione di “galleggiare” nella restante parte della legislatura, ha tutta la possibilità di farlo con il braccio di ferro che si profila a Bruxelles. Prepariamoci a ballare: presto potremmo finire sull’ottovolante. Forse.  

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