Caso-Saman, Saviano, Boldrini, Letta: le ragioni del silenzio progressista

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L’oggettiva difficoltà di molte femministe, degli osservatori alla moda, “modello-Fedez” e dei politici progressisti, sul doloroso caso di Saman, non deve stupire, ha radici profonde.

E’ il vulnus della narrazione laicista, che molti studiosi chiamano “mito incapacitante dell’impero del bene”, il regno dei perfetti, dei buoni, dei giusti (ovviamente perfetti di sinistra, il luogo deputato alla superiorità etica e morale). Cioè, si segue a parole una coerenza ideologica, religiosa, che nei fatti scompone la realtà, divide le persone in eternamente beate ed eternamente dannate, perdendo di vista proprio la verità.

Facciamo qualche esempio: quando le violenze, le uccisioni riguardano donne o ragazze italiane, questa narrazione parte a spron battuto. Il perimetro è chiaro. Maschio uguale mostro. Violento, stupratore, “macista”, per definizione e figlio di una cultura sicuramente fascistoide, dura a morire, che permane nel sottobosco della società italiana.
Quando, invece, gli episodi della cronaca rovesciano, scompaginano, smentiscono il teorema, solo silenzio, e tanta omertà. E i guru e i sacerdoti del pensiero unico nemmeno fanno autocritica, come per il caso del giovane calciatore di colore suicidatosi per ragioni totalmente estranee al razzismo (detto dal padre). Ma ormai la grancassa mediatica era partita e non si è potuta fermare. Idem per le aggressioni a giovani gay (in tema di Ddl Zan ogni pretesto è buono): si gonfia come panna montata uno scandalo, inflazione di servizi tv, e legioni di opinionisti ed esperti a confronto.

E ancora: se le morti, le aggressioni, sono compiute da immigrati, o uomini di colore, o italiani sotto l’effetto delle droghe, il racconto sfuma, sbiadisce. Non sia mai: a qualcuno potrebbero venire in mente pericolosi accostamenti tra immigrazione e criminalità, tra uso di droghe e violenza. E in odore di legalizzazione delle droghe o di ius soli, la cosa non deve emergere. Questi collegamenti sono inammissibili.

E per Saman? E’ purtroppo l’eccezione che conferma la regola. Boldrini, Saviano, Letta, non pervenuti. Sono talmente esterofili, innamorati di ogni diversità, etnica, sessuale, sociale (salvo demonizzare l’identità culturale, storica, religiosa italiana), che stentano a collegare mentalmente un (quasi certo) omicidio famigliare (dovuto al rifiuto della giovane di accettare un matrimonio forzato, deciso a tavolino), proprio con la diversità.
Le bandiere del femminismo e del progressismo mondialista della sinistra, quindi, mute su questo probabile femminicidio.

Una morte che ha il demerito di stravolgere pure un altro mantra della cultura laicista. L’integrazione assoluta non è possibile. Un conto è l’accoglienza che deve essere sostenibile, parametrata alle capacità di accogliere dello Stato dal punto di visto logistico, sanitario, lavorativo; un conto l’integrazione, la cittadinanza che implicano un percorso concreto di accettazione dei valori politici, costituzionali, culturali della nazione che ospita. Nella fattispecie, l’incompatibilità tra Islam e principi occidentali, tra Islam e cattolicesimo. Torna alla mente una riflessione che fece il cardinale Biffi, a proposito di immigrazione compatibile e non compatibile, ritenendo quella islamica inconciliabile con le nostre tradizioni e radici cristiane e liberali. Problema aperto.

Ma il vulnus laicista non si limita alla cronaca nera o giudiziaria. Nella rubrica delle lettere su “7” del Corriere della Sera, lo scorso numero Lilli Gruber ha fornito un altro esempio eclatante. Dal suo punto di vista la Meloni non è un buon candidato-premier perché incoerente. E la presunta incoerenza sarebbe attribuita al fatto che la leader di Fdi, in occasione della candidatura a sindaco di Roma nel 2016, rispose piccata a Bertolaso che le aveva detto di lasciar perdere e di fare solo la mamma, tuonando senza mezzi termini: “Nessun uomo deve poter dire a una donna cosa fare”. E poi, scandalo per la Gruber, la Meloni ha commesso l’errore di partecipare al “medioevale” Congresso delle Famiglie di Verona nel 2019, dove secondo la vulgata progressista, si è reclamizzato il dovere delle donne-angeli del focolare di stare a casa, non lavorare e occuparsi solo dei figli.
A parte, anche occuparsi dei figli, è un lavoro, un bellissimo lavoro, dove sarebbe l’errore? Vivere la vita con spirito libero di scegliere ciò che si vuole fare?

Ma come, la libertà a 360 gradi, non è il comandamento delle femministe? Semmai l’errore l’ha commesso la Gruber. Il suo politicamente e culturalmente corretto che porta a un linguaggio formalmente disinfettato, neutro, incolore, in realtà molto ideologico e totalitario (aborto uguale “maternità responsabile”; utero in affitto, “maternità solidale e sociale”, se non “altruistica” etc), non prevede la vera libertà. La libertà a sinistra si dichiara, ma non la si abita.

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