Europa, parla Giulio Sapelli: “Ci salveremo liberandoci della Merkel”

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Abbiamo intervistato l’economista e storico della politica economica Giulio Sapelli per parlare di Recovery Fund e del futuro dell’Europa dopo la fine della pandemia. Andremo davvero verso una fase di crescita espansiva? O torneremo molto presto al rigore e all’austerità?

Professore, nei giorni scorsi è giunto un monito all’Italia, ovvero a tenere sotto controllo il debito pubblico anche in questa fase di sospensione delle regole europee, in considerazione del ritorno a pieno regime del patto di stabilità previsto nel 2023. La ricreazione dunque finisce prima di iniziare?

“Mi pare che siamo al centro di un grande scontro fra gruppi nazionali e capitalistici. C’è chi non vuole tornare al patto di stabilità e chi invece vuole che si ripristino al più presto le regole. Io sono fra quelli che sostengono l’esigenza di riformare i trattati europei, perché soltanto così potremo uscire da questa stagnazione economica che dura da anni e che colpisce tutta l’Europa, anche se poi l’Italia ne avverte il peso più degli altri. Se si ritorna al patto di stabilità non si uscirà mai dalla stagnazione post pandemica. Chi parla di ripresa lo fa ignorando la mole di punti di Pil che si sono persi. E’ come ripartire dall’abbisso. Tornare all’austerità è una decisione folle ma purtroppo perfettamente coerente per un’Europa priva di una costituzione e di una conformazione federale e per questo dominata dal capitalismo franco-tedesco. Con i tedeschi nel ruolo dei dominatori, visto che i francesi comunque sono in caduta libera”.

C’è chi guarda con grande attenzione alle prossime elezioni politiche in Germania, sperando che da lì possa spirare un vento nuovo. E’ d’accordo?

“La Germania e i suoi Paesi satelliti, l’Olanda su tutti, continuano ad invocare il rigore quando i partiti di governo in questi Stati sono in realtà in profonda crisi. Questo mi fa ben sperare sul fatto che diventi molto difficile per loro imporre la linea rigorista al Parlamento Europeo. In Germania si prevede una forte ascesa dei Verdi che chiedono a gran voce la fine del patto di stabilità. Quindi le richieste di un ritorno all’austerity mi sembrano tanto gli ultimi conati di un moribondo”.

Tolta di torno la Merkel quindi tutta l’Europa cambierà passo? Ne è convinto?

“La Merkel e il suo partito hanno distrutto l’Europa, hanno calpestato il grande sogno di un’Europa federale con il loro esasperato nazionalismo. Che badate bene, non è il nazionalismo di chi urla, ma di chi vuole imporre il proprio dominio sugli altri. Quindi il fatto che se ne vada è comunque molto positivo”.

E crede che l’alternativa sarà migliore?

“Bisogna capire quale sarà l’alternativa. I socialdemocratici sono anch’essi in caduta libera e secondo me sarà importante impedire un avanzamento dell’estrema destra. Guardo con simpatia ai Verdi, e ho fiducia anche nel Die Linke che non è più il partito della sinistra estrema, ma si è molto spostato su posizioni moderate e riformiste. Spero riesca a sostituire la socialdemocrazia tedesca in crisi. Tuttavia la cosa positiva è che in Europa ci sia grande fibrillazione politica e questo rende comunque molto difficile imporre nuove misure di austerità”.

Draghi quanto può aiutare davvero l’Italia in questo momento impedendo soprattutto di ipotecare il futuro economico dell’Italia?

“Draghi può aiutarci come ci ha sempre aiutati negli ultimi venti anni, facendo da ponte fra gli Stati Uniti e quelle forze europee che, seppur molto limitate e frastagliate, si sono sempre opposte all’imperialismo tedesco. Anche la visita di Biden in Europa alla fine cela questo disegno, ovvero contenere il predominio della Germania. Anche perché non dimentichiamo che l’imperialismo tedesco negli ultimi anni si è alleato sempre più massicciamente con l’imperialismo cinese. Draghi è un personaggio molto valorizzato dagli americani e poco amato dai tedeschi”.

Adesso c’è la partita del Recovery Fund. Come la sta giocando l’Italia?

“Mi sembra che il progetto sia molto frastagliato. Avremmo dovuto seguire l’esempio della Francia e della Germania. I tedeschi l’hanno diviso in due tranche, grenn e digitale, i francesi vi hanno aggiunto anche investimenti per l’industria e l’inclusione sociale. Noi avremmo dovuto scegliere due o al massimo tre obiettivi su cui puntare per avere in cambio una terapia choc. Temo invece che finiremo per favorire il solito e dannoso assistenzialismo democristiano con una pubblica amministrazione che per altro è molto affaticata”.

Non è forse la conseguenza di una maggioranza ampia ma troppo variegata come quella che sostiene il governo Draghi?

“Non credo proprio, anzi penso che i partiti stiano contando sempre meno. Chi decide tutto è in realtà l’infrastruttura di Bankitalia che si è tutta trasferita al governo. Alla fine è Draghi a decidere e soprattutto a gestire i rapporti con gli Usa, come dimostrano anche gli spostamenti effettuati nell’ambito dei servizi di intelligence. I partiti nelle nomine non hanno avuto alcuna influenza”.

Quindi lei spera in una Europa sempre più filo statunitense, sbaglio?

“Io ritengo che all’Europa serva una costituzione federale. Vede, l’errore che si è fatto fino ad oggi è stato quello di ritenere che l’economia si potesse curare con l’economia. Si cura invece con il diritto e con la politica. Bisogna uscire per sempre dalle logiche nazionaliste e costruire un’Europa federale. La strategia di puntellamento del debito non è servita a niente, se non a deprimere le economie”.

Quindi sta suonando il de profundis al sovranismo?

“Il sovranismo non è mai esistito se non come forma di nazionalismo. Una forma per altro fondata sull’ignoranza. Perché affermare che i nostri padri costituenti erano dei sovranisti avendo scritto che la sovranità appartiene al popolo, è una scemenza colossale”.

Il Capo dello Stato ha ribadito che la pandemia ci ha fatto capire che nessuno ce la può fare da solo e che c’è bisogno dell’Europa. E’ davvero così?

“Assolutamente no. Anzi mi pare che la pandemia abbia accentuato la fragilità dell’Europa, la sua debolezza, la sua disomogeneità e avvalorato i suoi fallimenti, come dimostra su tutti la campagna di vaccinazione. Altro grande errore è stato poi quello di dare addosso agli inglesi sulla vicenda Astrazeneca, che altro non ha fatto che consegnare alla storia un periodo di acceso nazionalismo. Ho grande stima per il Presidente Mattarella, ma temo non sappia leggere i segni dei tempi che sono molto negativi”.

Pensa che faccia bene Salvini ad archiviare il sovranismo e a sposare posizioni più favorevoli all’Europa?

“Avrebbe dovuto farlo fin dall’inizio, se lo fa adesso è una buona cosa”.

Ma lei non era favorevole alle posizioni anti-europeiste di Salvini al punto da essere indicato come candidato premier in quota Lega?

“Definirmi sovranista vuol dire non conoscermi affatto. Io sono sempre stato un convinto federalista o al massimo un europeista critico. Ma non ho mai condiviso il sovranismo inteso come forma di nazionalismo. Ho sempre criticato questa Unione Europea perché non esiste. O meglio esiste come struttura funzionale agli interessi di pochi. Sogno da sempre una struttura federale che dia finalmente origine ad un’Europa dei popoli, un’Europa di tutti, che metta deboli e forti sullo stesso piano e che non favorisca come avviene oggi la dittatura dei più forti”.

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