Ddl Zan, il Vaticano e la Cei. Cosa c’è dietro la mossa di Parolin

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Il Corriere della Sera ha scritto che l’intervento diretto del Vaticano sul Disegno di Legge Zan contro l’omofobia nasconderebbe il malcontento della Santa Sede per l’atteggiamento troppo tiepido assunto della Conferenza Episcopale Italiana. Questa chiave di lettura è sicuramente verosimile.

Le dichiarazioni del presidente Cei Gualtiero Bassetti, che aveva chiesto di modificare il Ddl Zan senza affossarlo, erano state salutate favorevolmente dai proponenti, ma accolte con scetticismo in larga parte del mondo cattolico dove quello del capo dei vescovi era stato intepretato come un sostanziale invito al dialogo e in qualche modo come una sconfessione indiretta di tutti coloro che si stanno battendo perchè il testo non veda la luce.

Quindi la presa di posizione del Vaticano suonerebbe come un altolà alla linea prudenziale di Bassetti, contrario a guerre ideologiche o a scontri frontali e favorevole invece ad una mediazione. Anche perché di norma la Segreteria di Stato non interviene mai nelle vicende nazionali, ed è sempre la conferenza dei vescovi ad esprimere la posizione ufficiale della Chiesa sulle questioni di rilevanza politica.

In realtà la Santa Sede solleva questioni di carattere prettamente giuridico. Non solleva obiezioni etiche o morali, ma rivendica il rispetto delle prerogative sancite dal Concordato stipulato fra il Vaticano e la Repubblica italiana.

La Santa Sede infatti ha consegnato una nota informale in cui sostiene che la legge Zan, se approvata con l’attuale impianto, andrebbe a violare direttamente il Concordato tra Italia e Santa Sede del 1984 firmato dall’allora premier italiano Bettino Craxi e dall’allora primo ministro di Sua Santità Agostino Casaroli.

La nota denuncerebbe come «alcuni contenuti attuali della proposta legislativa in esame presso il Senato riducono la libertà garantita alla Chiesa Cattolica dall’articolo 2, commi 1 e 3 dell’accordo di revisione del Concordato». Commi che assicurano «libertà di organizzazione, di pubblico esercizio di culto, di esercizio del magistero e del ministero episcopale» (comma 1). Mentre garantiscono «ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» (comma 2).

Ma non è tutto:  a detta del Vaticano il Ddl Zan violerebbe anche la libertà di organizzazione perché non esenterebbe le scuole private dall’organizzare attività in occasione della Giornata nazionale contro l’omofobia, che viene istituita con la legge. 

C’è’ chi fa notare come sia la prima volta che la Santa Sede interviene a gamba tesa su una legge in discussione in Parlamento sostituendosi di fatto alla Cei e facendo valere il Concordato, richiamando specifici articoli che potrebbero essere violati. Sorprende tuttavia la forma scelta, quella cioè di sollevare una questione di carattere prettamente giuridico anziché evidenziare come con l’approvazione del Ddl Zan siano a rischio principi fondamentali, ad iniziare dalla difesa della famiglia naturale fondata sul matrimonio e dal diritto dei figli a crescere con il papà e la mamma; e ancora, il rischio di favorire l’indottrinamento gender nelle scuole di ogni ordine e grado attraverso proprio la famigerata giornata contro l’omofobia e di rendere lecite pratiche finora vietate come il ricorso alla maternità surrogata. E infine il pericolo maggiore, quello di non poter esprimere liberamente un dissenso rispetto all’ideologia Lgbt, finendo per essere incriminati come omofobi soltanto se si dichiarerà che un bambino deve crescere con un papà e una mamma e che le coppie gay, Costituzione alla mano, non possono essere considerate famiglia.

Il Vaticano sceglie un’altra strada, cita leggi e accordi fra Stati, come se la questione fosse di carattere diplomatico e non invece di natura ideologica e morale. Certo, l’intervento è stato sicuramente utile e per certi versi necessario, ma sembra ricalcare l’immagine di una Chiesa che sceglie di giocare sulla difensiva e mai in attacco, come del resto stanno facendo in Parlamento gli oppositori del Ddl. I quali al Senato si stanno appellando a tecnicismi e regolamenti al solo scopo di allungare il brodo e far naufragare la proposta di legge con la forza dei cavilli giuridici e parlamentari, invece di affrontare uno scontro diretto fatto di contenuti. Perché in fondo, e questa è la triste realtà, si ha timore di sfidare apertamente la comunità Lgbt e il pensiero unico dominante veicolato anche da personaggi pubblici come Fedez che non a caso sono subito scesi in campo accusando il Vaticano di “indebita ingerenza” nelle decisioni del Parlamento sovrano (ma dove sono stati costoro nell’ultimo anno in cui la sovranità è andata in vacanza e tutte le decisioni inerenti la pandemia sono state assunte a suon di Dpcm e senza che il Parlamento sovrano fosse minimamente coinvolto?).

Quindi appare evidente come il Vaticano sia sceso direttamente in campo probabilmente insoddisfatto di come la Cei sta gestendo la questione, in maniera troppo morbida o quasi arrendevole; ma per non entrare in conflitto con i vescovi italiani e dare l’idea di esautorarli delle loro prerogative, ha sollevato il pericolo di veder violate le norme del Concordato al fine di giustificare una presa di posizione di carattere diplomatico e di competenza appunto della Segreteria di Stato. E alla fine senza smentire la posizione della Cei che risulterebbe formalmente confermata, nel momento stesso in cui dal Vaticano non si chiede di ritirare la legge ma di correggerla negli aspetti controversi. In parole povere si è voluto dare più forza ed incisività ad una posizione comunque di mediazione ma che forse la sola Cei rischiava di non condurre in porto e che ora invece sarà posta sul tavolo con tutta evidenza.

Alla fine a combattere la “buona battaglia”, ovvero quella sui valori antropologici, rimangono i cattolici del Family Day gli unici che ancora scendono in piazza per dire no ad una legge liberticida, che non si accontentano di modifiche e concessioni e che difendono un’altra idea di società, una libertà di pensiero messa in pericolo dall’omologazione pro gender.

L’intervento del Vaticano certamente renderà inevitabile un ripensamento dell’impianto del Ddl per non aprire un conflitto diplomatico con la Santa Sede, ma non sarà certamente la modifica di qualche articolo a rendere migliore o accettabile una legge sbagliata all’origine e che nasce con la pretesa di modificare le basi della società italiana e di stravolgere l’ordinamento naturale.

 

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