Azzurri. Ma quale europeismo, hanno vinto Dio-patria-famiglia

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L’operazione più grottesca che politica, giornali e tv stanno facendo, anzi, orchestrando ideologicamente, è dare un senso europeista alla vittoria calcistica dell’Italia. Come dire, “siamo primi in Europa, perché siamo europeisti e non nazionalisti”. Oppure, è stata la bandiera della ripartenza italiana, grazie a Draghi”.

Intendiamoci, il tentativo da parte di chi domanda, di strumentalizzare i successi sportivi, è una vecchia moda, da Hitler a Stalin a Mussolini. Tutti ricordano il premier Spadolini, repubblicano, dopo la conquista dei campionati mondiali degli azzurri del 1982, benedire dal balcone anche le bandiere monarchiche.
Ma da un paio di giorni l’operazione mediatica rasenta il ridicolo.

Se il capo dello Stato, Sergio Mattarella almeno è stato moderato, “avete unito l’Italia”, durante la cerimonia tenutasi al Quirinale ha addirittura improvvisato un’analisi tecnica, il presidente del consiglio Draghi ha proprio manipolato la realtà: “Ci avete messo al centro dell’Europa”. La strategia, come detto, è chiara: accostare l’uscita dall’emergenza pandemica al primo posto in Europa. Con ulteriore spinta alla vaccinazione collettiva: basti vedere le aggiunte dei ministri e del generale Figliuolo. Un indirizzo, questo, partito da Bruxelles: la regina Ursula, già prima della finale con l’Inghilterra, aveva annunciato di tifare per gli azzurri, in odio verso la Brexit (tutto torna).

Strano e complesso il rapporto tra calcio, Palazzo e media.
Quando fa comodo, il calcio è calcio, non c’entra con la politica. Quando, invece, conviene, deve allinearsi: se non si inginocchia al politicamente corretto, è razzista e fomentatore di odio; ma se si inginocchia solo quando lo fanno gli altri, banalizza il tema. Mettendo in difficoltà i giocatori, ossessionati e perennemente indecisi tra sponsor, interessi economici e immagine personale.
Un’ipocrisia da etichetta che rivela la vera natura, quando ad esempio, a sbagliare i rigori sono i neri dell’Inghilterra, massacrati via social. Con esecrazioni solo di facciata da parte delle istituzioni. Senza decisioni efficaci.

Invece, il calcio è un racconto popolare, un’autobiografia della nazione che sfugge agli schemi e alle mode.
Questa volta il messaggio della nostra nazionale, rispetto al passato, è stato contro corrente. Lo spirito di squadra, l’appartenenza alla maglia, l’unità nazionale che ha espresso, semmai ascrivono l’impresa a un patriottismo superiore. A un Dna sovranista, non europeista. Caro Draghi, l’Italia è al centro dell’Europa, perché è l’Italia che vince, non Bruxelles.

Un’Italia, che piaccia o non piaccia ai radical e liberal di casa nostra, ha ribadito la triade “Dio-patria-famiglia”. Avete visto il segno della Croce che si fanno parecchi giocatori prima di scendere in campo? Avete sentito la dedica di Chiesa alla madre? Avete letto la biografia da credente autentico di Locatelli, tutta oratorio e sana provincia? Una comunicazione un po’ diversa dal relativismo, dal nichilismo, dal materialismo e dal laicismo del pensiero dominante, alla Barbara d’Urso o alla Grande Fratello.

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