Vaccini e cultura. Cosa c’è dietro la psicoanalisi sui no-vax di Trevi

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La differenza tra uno scrittore che parla di argomenti delicati, scottanti e un politico, un giornalista, un intellettuale, è sostanziale.

I politici fanno propaganda, a seconda del loro target di riferimento, da conservare o da conquistare. I giornalisti, salvo rarissime eccezioni, sono al soldo degli editori, troppo spesso collusi con centrali politiche, partitiche, lobbistiche o economiche; gli intellettuali, se non organici, veleggiano troppo alti. E l’utopia, come noto, serve molto a posizionarsi bene sulla terra, non scontentando quasi mai nessuno.
Lo scrittore, invece, ha il pregio di raccontare in modo più articolato, più interessante, saltando qualche schema e qualche pregiudizio di moda. Ma il tema è proprio il racconto, la narrazione.

Emanuele Trevi, scrittore e critico letterario, sulle colonne del Corriere della Sera, venerdì scorso, ci ha regalato una approfondita disamina “psico-ideologica” sui cosiddetti “no-vax”. Segno che ormai sono diventati una categoria dello spirito.

Dopo averli etichettati, giudicati, demonizzati, scrive che non li possiamo persuadere, convincere; si è accorto che anche loro hanno un pensiero e forse una minima dignità. Ma che commettono l’errore di “non fidarsi di chi sa”.
La prima domanda che possiamo fare è: “Chi sa veramente”? Premessa: chi scrive sostiene da decenni l’importanza e la priorità della competenza, e che “l’uno non vale mai l’uno”. Nel mondo social, poi, ignoranti, egotici, superbi, folli, invasati, rancorosi, nostalgici, ci deliziano quotidianamente con le loro opinioni, più o meno, basate sul nulla o sull’odio.

E’ quel tipo di antropologia che un tempo, stazionava nei bar, nelle osterie, o nei salotti borghesi, pensando di contare solo perché aveva una lingua e una bocca. E’ indubbio, poi, che la rete ha potenziato questa inguaribile “lotta di classe individuale”, basata sull’invidia sociale. Una lotta di classe legittimata dal populismo politico (il mito della moralizzazione della vita pubblica, il taglio agli sprechi, la democrazia diretta), con l’unico scopo di cambiare la casta dominante.

Ecco il punto: quando un’élite, per meriti, ruolo, percorso e lavoro, diventa casta, il meccanismo istituzionale involve, regredisce, si sclerotizza, si necrotizza, e si sente il bisogno di un drastico cambiamento. E nella fase rivoluzionaria il “basso” è certamente utile ad azzerare “l’alto”. Ma dopo “il momento del popolo”, “la ghigliottina dell’alto”, l’élite va riformata, ricostruita, riaffermata. Non ci può essere una zona grigia.
La sensazione che si ha leggendo l’articolo di Emanuele Trevi è che lui dia per scontata l’eternità della vecchia attuale casta a 360 gradi, e nel caso della campagna vaccinale, l’onniscienza e l’esperienza dei “soloni in camice bianco”. Un “alto” inamovibile e insostituibile.
Col rischio di rispolverare di fatto un classismo verso chi contesta.

Come spiegare diversamente le sue parole finali “forse sbagliamo, quando attribuiamo un eccessivo valore al dialogo e alle arti della dialettica e della persuasione. Non facciamo altro anche noi che entrare nella cattiva infinità delle opinioni, del turpe uno vale uno”.

Tradotto: i no vax non si convincono (frasi precedenti), quindi è inutile parlare loro (il suo schema è manicheo). Noi siamo la verità, il bene, il giusto, loro sono l’errore, la superficialità, l’ideologia astratta. Se dialoghiamo con loro, scendiamo dal nostro piedistallo di verità e ci abbassiamo all’ignoranza e al diabolico uno vale uno. Non è questo il vero totalitarismo ideologico, vestito di falsa pedagogica comprensione? Non è un mero arroccamento da casta, che non a caso trova spazio nel primo giornale italiano?

C’è nell’articolo qualche confutazione tecnica, specifica alle argomentazioni dei no-vax? No: naturalmente non si scende in basso. C’è unicamente una violenta psico-delegittimazione dell’avversario. Prima becera, poi finto-moderata. Quella becera, si legge nella prima parte dell’articolo: “Mi ero fatto un’idea coerente e rassicurante del no vax, un cretino, tendenzialmente fascista, che nutre sentimenti ingiustificati di rancore verso il sapere autentico (ovviamente in mano sempre dagli stessi)”. E ancora: “Mi figuravo il no vax come qualcuno che crede che si possa governare gli eventi con dei complotti, come nei film di 007”.

Poi, Trevi ha capito, è stato illuminato sulla via di Damasco: “Invece sono tra noi, non sono una pittoresca minoranza di alienati, non affermano che la terra è piatta, non sono aggressivi, non amano Trump. Sono attori, musicisti, commercianti, gente che va alle presentazioni di libri, gente che incontri a cena. Non saprebbero mai definire una cellula o una proteina, ma prendono decisioni gravi come quella di non vaccinarsi, in base ai consigli del loro insegnante di yoga, o grazie al consiglio di un amico, o dopo una ricerca su Google”.

Basta rovesciare il senso di queste affermazioni per rendersi conto non solo della protervia di una casta unica deputata a rappresentare il Verbo che si “affida a chi sa”, cioè agli esperti (basta riassumere, invece, tutte le contraddizioni di medici, epidemiologi, virologi etc, per verificare anche il loro relativismo professionale), ma anche del timore che forse la realtà, lo stato dell’arte delle informazioni ambigue sui vaccini, i numeri della campagna vaccinale, la loro debolezza rispetto alle varianti, i misteri che aleggiano nel rapporto tra Big Pharma, politica, business e geopolitica, possano scalfire la narrazione “giusta” e obbligata.

L’ossessione, infine, per la circolazione delle fake news che deviano l’opinione pubblica dal vero sapere, alimento della risposta no vax, cela solo l’impotenza di una politica che non ha saputo fare il suo mestiere, lasciando il cerino di una comunicazione prima terroristica (sui numeri Covid), poi religioso-salvifica (sui vaccini), ai soloni in camice bianco, e di una cultura totalmente acritica, incapace di far ragionare sul serio la gente. Contribuendo all’indottrinamento e alla narcosi collettiva.

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