Attenti alla ripresa: se non si coinvolgono i giovani non durerà

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Alle volte bisogna dare ragione anche a Matteo Renzi: che sbaglia i tempi, i toni e i modi, ma nelle analisi sull’economia italiana spesso ci azzecca. I dati pubblicati ieri da Confcommercio sul numero dei giovani NEET (not in employment, education or training, insomma che non studiano e non lavorano) in Italia sembrano confermare la bontà dell’ultima battaglia dell’ex premier, quella contro il reddito di cittadinanza, da lui giudicato uno strumento che scoraggia la ricerca di un lavoro e l’imprenditorialità. Insomma, un incentivo ai giovani a restarsene sul divano.

Certo non tutti i NEET ricevono il reddito, ma è indubbio che il RdC favorisca i percettori single e giovani, dando il messaggio sbagliato che qualche centinaio d’euro al mese per campare, fosse pure a trent’anni e oltre in casa con mamma e papà, lo Stato li allunga sempre.

E appunto andando a contarli, questi NEET italiani, scopriamo che sono 2 milioni, il 22 per cento della popolazione nella fascia d’età 15-29 anni. Tanto per fare qualche paragone, in Spagna sono il 15% e in Germania appena il 7,6%. Il passo indietro rispetto al recente passato è impressionante: nel 2000 gli occupati giovani erano 7,7 milioni, mentre nel 2019 (quindi prima della pandemia, dopo la quale la situazione è ulteriormente peggiorata) erano scesi a 5,2 milioni. 2,5 milioni di lavoratori in meno, mentre la Germania ne ha “persi” appena 235mila. E nonostante questo buco nero occupazionale, prosegue Confcommercio, le imprese continuano

Secondo gli studiosi di Confcommercio “la quota di ricchezza totale detenuta dalle famiglie con capofamiglia di età inferiore a 45 anni passa, tra il 2000 e il 2016, dal 25 al 15 per cento. Nello stesso periodo la quota detenuta da famiglie anziane (più di 65 anni) passa dal 28 al 40 per cento”. La ricchezza tende insomma sempre più a concentrarsi su persone fuori dal mercato del lavoro, prospettando un futuro fosco per l’Italia che investe e produce.

La situazione è ancora più drammatica se andiamo ad analizzare il dato specifico sulle aziende create da under 35: se nel 2011 erano poco meno di 700mila (l’11,4% del totale delle imprese) nel 2020 si era scesi a 540 mila (meno del 9% del totale).

Già oggi ben il 56% della spesa pubblica finisce in welfare: tra appena vent’anni, quando moltissimi trentenni di oggi potrebbe essere cinquantenni senza prospettive, il peso dei sostegni per le casse pubbliche potrebbe essere insostenibile. La soluzione, secondo il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli, dovrebbe venire da un utilizzo intelligente del Pnrr, che dovrà destinare fondi alla formazione e finanziare incentivi ai giovani che cercano di aprire la loro impresa. Attenzione però a leggere questi dati scoraggianti come una conferma dei soliti stereotipi sui giovani fannulloni, choosy, mammoni e via elencando. Perché in questi anni, oltre ai milioni di ragazzi che restano a casa, abbiamo perso 345mila giovani emigrati all’estero perché insoddisfatti di un mercato del lavoro che offre paghe da fame, appena superiori a quelle del famoso Reddito grillino. Secondo gli ultimi dati Eurostat il livello di retribuzione lorda oraria è di 15 euro in Italia, contro i 20 circa di Germania, Belgio, Irlanda, Finlandia e Svezia.

Ecco, se vogliamo risolvere il problema dei NEET va bene intervenire il RdC come dice Renzi, ma senza dimenticare le imprese italiane che nel pieno della ripresa continuano a pagare stipendi da fame.

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