Ahmad Massoud, quel figlio d’arte privo di idee e strategia

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Il comandante Massoud

Quando si parla del “Leone del Panjshir” inevitabilmente si parla solo e soltanto di lui, di Aḥmad Shāh Masʿūd, o più semplicemente “il comandante Massoud”, l’eroe afghano della resistenza contro l’occupazione sovietica prima e contro i talebani successivamente.

E’ l’uomo che costrinse l’Armata Rossa alla ritirata, con la sua strategia militare impedì ai russi di conquistare la valle del Panjshir respingendo ben dieci offensive sovietiche, opponendo una sfiancante resistenza insieme ai suoi mujaheddin; una strategia che il comandante mise a punto durante il suo esilio in Pakistan dopo la presa del potere da parte del partito comunista afghano legato all’Urss, partorita studiando e compensando il pensiero di illustri guerriglieri del passato più o meno recente.

Dopo aver cacciato i sovietici, da ministro della difesa del nuovo governo di pacificazione nazionale, Massoud fallì l’obiettivo di unificare l’Afghanistan anche perché il progetto fu ostacolato dal Pakistan che armò il suo nemico Gulbuddin Hekmatyar scatenando una sanguinosa guerra civile che costò molto cara alla popolazione. Massoud sconfisse l’avversario ma si trovò subito dopo contro i talebani, anch’essi sostenuti dal Pakistan, che lo costrinsero all’esilio nel suo Panjshir dove attuò una nuova strenua resistenza sul modello di quella anti-russa che gli valse l’appellativo di “leone”. Rispolverando la strategia militare messa in atto con successo contro i sovietici, Massoud riuscì a costituire un’alleanza di tutte le forze ostili ai talebani, “l’Alleanza del Nord”, che si rivelò alla fine determinante per respingere le offensive dei talebani, indebolendone la forza politica e militare e in qualche modo agevolando poi la loro cacciata ad opera degli americani.

Massoud fu assassinato il 9 settembre 2001, esattamente due giorni prima dell’attentato alle torri gemelle. Due kamikaze fingendosi giornalisti si avvicinarono a lui e fecero esplodere una bomba nascosta nella telecamera. L’assassinio fu addebitato a Osama Bin Laden che due giorni prima degli attentati dell’11 settembre avrebbe eliminato il principale capo militare anti-qaedista presente in Afghanistan, in vista delle prevedibili reazioni occidentali agli attentati.

Questa lunga premessa sul Leone del Panjshir si è resa necessaria nel momento in cui le speranze anti-talebane sembrano riposte oggi nel figlio dell’eroico generale che però pare proprio non possedere neanche un briciolo della competenza militare del padre. Anzi, si ha tanto l’impressione di trovarsi di fronte un personaggio costruito a tavolino, o meglio un prodotto mediatico molto artificiale e poco reale. Ne è prova l’intervista rilasciata a Repubblica lo scorso 23 agosto, un autentico compendio di contraddizioni. Da giorni si parla di accordi sottobanco con i talebani da parte dei miliziani del Panjshir, di resa immimente o addirittura già avvenuta; lui giura e spergiura che mai si arrenderà perché suo padre non l’avrebbe mai fatto. Ma intanto nell’intervista non nega di voler trattare con i talebani “se questo potrà servire al bene della popolazione”.

Il campo della resistenza anti-talebana è molto frastagliato e il giovane Massoud non sembra avere la stessa capacità che ebbe il padre di creare l’Alleanza del Nord. Se ne sono accorte le stesse potenze occidentali che infatti, come lo stesso Massoud lamenta, si sono ben guardate dal fornire loro gli armamenti necessari per contrastare l’avanzata talebana.

Non è un caso se tutti i media, oggi uniti dall’unica narrazione sui talebani integralisti e sulle fughe di massa dal “medioevo islamico”, ricordino ossessivamente le gesta eroiche del padre per tentare di dare un minimo di credibilità a questo giovane senza gloria, che sembra tanto invocare la resistenza sperando di non doverla fare, che vuole dettare le proprie condizioni ai talebani sperando di accettare le loro.

Una cosa è certa: Massoud figlio per ora sembra barcolare nel buio mostrando di avere poche idee e pure molto confuse. A sentire i media le speranze del popolo afghano risiederebbero in lui. Può darsi che alla fine questo figlio d’arte si rivelerà all’altezza del padre, ma per il momento sembra proprio che dell’eroico genitore non abbia preso null’altro che il nome. Se il buongiorno si vede dal mattino c’è poco da sperare.

Perché cosa c’è di coerente nell’affermare “Preferirei morire piuttosto che arrendermi”,  per poi, poche righe più avanti, aprire al dialogo con i talebani? “Possiamo parlare. In tutte le guerre si parla. E mio padre parlava sempre con i suoi nemici. Immaginiamo che i talebani abbiano accettato di rispettare i diritti delle donne, delle minoranze, la democrazia, i principi di una società aperta. Perché non provare a spiegare che questi principi andrebbero a beneficio di tutti gli afghani, compresi loro?”

Ve lo immaginate Massoud padre che dialogava con i russi spiegando loro che dovevano andare via dall’Afghanistan perché questo era il bene di tutti? O spiegare ai talebani che i Buddha non si dovevano abbattere perché rappresentavano un patrimonio archeologico di inestimabile valore? Da quando esiste il mondo con i nemici si trattano le condizioni di una resa o di una pace, non si parla di utopia. Se questa è la speranza del Paese, i talebani potranno dormire sonni lunghi e tranquilli. 

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