PD. Ecco cosa c’è dietro la paura di Letta e i colpi di Emiliano e De Luca

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Emiliano che stima la lettura dell’Italia e della politica di Salvini (siamo curiosi di capire su che basi: la sicurezza, l’immigrazione, i valori etici? Non sono in evidente contrasto con la sinistra?). De Luca, poi, che rispedisce al mittente il Ddl Zan (“io non lo voterei”), cavallo di battaglia di Letta. E ancora: lo stesso Letta che si presenta a Siena senza simbolo del partito che guida. Fatti non isolati che però si legano.

Cosa succede al Pd? Il travaglio che sta vivendo in realtà, parte da lontano. E i distinguo dei governatori, la scelta del segretario, non sono incidenti di percorso. Sono segni e segnali di una profonda crisi di identità ormai senza possibilità di recupero.
Le sortite di fine estate di Emiliano e di De Luca non giungono a caso. I due governatori sono degli irregolari. Hanno sempre rappresentato una linea populista, contestatrice, mirata ad occupare anche target diversi rispetto a quello storico, tradizionale, del Pd.

Emiliano per chi non lo ricorda, nasce come creatura di Tatarella, ministro dell’armonia del primo governo Berlusconi (1994), regista della destra di governo, sdoganata dal passato littorio, che andando a ogni occasione elettorale, “oltre il Polo” (sua teoria-mantra), riusciva ad occhieggiare a sinistra. Tatarella era solito affermare che la moglie, ossia la destra, era acquisita e quindi scontata, mentre “all’amante si dovevano fare ponti d’oro”. Della serie, raschia-raschia e da destra, da An, si arriva dall’altra parte. Ed Emiliano è stato il frutto di questa trasversalità o, a seconda delle varie letture, di questo trasformismo. Magistrato di sinistra, espressione di quel meridionalismo borbonico che guarda a ogni protesta dal basso. Da qui il suo schierarsi a favore di un’alleanza con i grillini. E ultimamente il suo innamoramento per Draghi, per il suo esecutivo di svolta, e la convergenza al centro che ha rivoluzionato il bipolarismo italico, Salvini compreso (da partito sovranista a partito moderato, filo-europeista, quasi una nuova Dc).

Stesso discorso per De Luca: un Lauro buono per ogni occasione. Riformista quanto basta, ex-sindaco-sceriffo della sua Salerno, quanto basta.
Ma le oscillazioni populiste, i guizzi improvvisi, possono essere giustificati quando a Roma c’è una linea politica stabile. Ma il punto è proprio questo. Il Pd da decenni è un sotto vuoto spinto. Non più post-comunista, non più laburista, clintoniano, social-democratico, liberal-progressista. Da tempo forse solo radicale di massa e laicista.

In tutti gli ultimi anni ha solo cambiato con decisione le lettere del suo logo: Pds, Ds, Pd. Ovvio che Letta, da quando ha ripreso il comando, da buon dc di sinistra, ha tentato da un lato, di riprendere il vecchio armamentario ideologico della sinistra, per non farsi scappare la “ditta”: Ddl Zan, diritti civili, voto ai 16enni, ius soli; dall’altro, visto il flop di tali scelte, ha creduto bene di ripensare la strategia verso i partiti alla sua sinistra: una specie di Ulivo2.0, cominciando a stringere alleanze col civismo, la sinistra doc, il mondo del volontariato e del cattolicesimo popolare. Ecco perché a Siena, ha preferito scendere in campo senza l’ingombrante peso del simbolo, che al momento fa rima con sconfitta elettorale.

Un po’ il modello seguito da molti candidati-sindaco, o governatori, come Bonaccini, che hanno vinto mascherando la loro identità, ritenuta un cappio.
Ma non è questa la strada da seguire, specialmente, se dopo la parentesi-Draghi, si intende ricostruire un bipolarismo omogeneo, una democrazia dell’alternanza degna di nota, dove la sinistra è sinistra, la destra è destra.
Anche perché se i governatori ribelli del Sud e la paura di Letta, sono facilitati dall’assenza di una linea politica vera e dalla paura di perdere, il rischio che si corre, è che ogni posizione, pure quella più rivoluzionaria o atipica, rientri nella corsa per la futura leadership, nel caso di Emiliano e De Luca per conquistarla; nel caso di Letta, per conservarla. Un gioco nel gioco dove non ci saranno né vinti, né vincitori.
Certo, se il segretario perde a Siena sono dolori.

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