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L’Istat certifica la ripresina dell’occupazione, ma gli autonomi sono rimasti indietro

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Il guaio con i numeri è che si può far dire loro quello che si vuole, purché ce ne siano abbastanza da confondere le idee. Per accorgersene basta dare un’occhiata a come telegiornali, quotidiani e influencer più o meno autorevoli abbiano accolto i nuovi dati sull’occupazione pubblicati ieri dall’Istat. Chi voleva vedere il bicchiere mezzo pieno ha avuto gioco facile a parlare di 440mila posti di lavoro in più, con la disoccupazione in calo al 9.3%. Che trionfo! Allora siamo davvero in ripresa! Allora lo stop al blocco dei licenziamenti era una buona idea! Peccato che la situazione sia un po’ più complicata di come ce l’hanno presentata, e per capirlo basta guardarli un po’ meglio, questi dati, e soprattutto guardarli tutti.

Prendiamo innanzitutto il numerone che ha affascinato tutti, quei 440mila posti di lavoro in più. In più sì, ma rispetto a quando? Al terribile 2020, durante il quale l’Italia ha vissuto la peggior recessione dalla Seconda guerra mondiale. Se vogliamo fare un confronto serio dobbiamo vedere il 2019, l’ultimo anno pre-pandemia, quando comunque non è che il Paese se la passasse tanto bene: ebbene, rispetto a due anni fa mancano ancora 265mila posti di lavoro. Possiamo quindi dire che rispetto a qualche mese fa la luce in fondo al tunnel pare un po’ più vicina, ma certo siamo ancora ben lontani dall’uscita.

E forse in realtà ce ne stiamo allontanando, almeno dal punto di vista occupazionale, se si guarda a un altro dato che è stato ignorato dai più: parliamo dei 23mila posti di lavoro che a luglio 2021 risultano persi rispetto al mese precedente, quasi tutti riguardanti partite IVA over 35, una fascia d’età delicatissima perché coinvolge soprattutto persone con figli piccoli; l’ennesima testimonianza che questa crisi è stata feroce con i lavoratori autonomi e che per loro la ripresa è tutt’altro che alle porte. Questo dato si riflette anche nel numero di inattivi, che risultano aumentati di 28mila unità. Quindi anche il calo della disoccupazione (un calo tra l’altro minimo, essendo passati dal 9,4 al 9,3%) risulta positivo a metà, perché riguarda solo i lavoratori dipendenti e quasi solo i contratti a tempo determinato, tornati convenienti dopo la revisione del decreto Dignità.

In ogni caso la situazione potrebbe diventare più difficile anche per chi lavora in fabbrica o in ufficio, perché le recenti difficoltà di approvvigionamento delle materie prime fondamentali per la nostra industria e l’aumento del costo dell’energia rischiano di tenere gli impianti a mezzo servizio proprio nei cruciali mesi del rientro autunnale, magari incoraggiando alcune aziende a mandare a casa i lavoratori approfittando dello stop al blocco dei licenziamenti.

L’unico dato da accogliere con soddisfazione, senza se e senza ma, è quello sul tasso di occupazione tra i 25 e i 34 anni, che attestandosi al 63% torna ai livelli del 2012. Parliamo di una percentuale in assoluto ancora bassa – il nostro indice di occupazione tra i giovani è il terzo più basso d’Europa – ma sicuramente l’inversione del trend fa ben sperare per il futuro, soprattutto perché gli under 40 sono spesso laureati e sono maggiormente in grado di occupare le posizioni richieste nei settori che oggi trainano la ripresa, ovvero le nuove tecnologie e la riconversione verde dell’economia.

Nei prossimi giorni l’esecutivo dovrà affrontare questi numeri, che dipingono un quadro dalle tinte contrastanti e difficile da interpretare, e trasformarli in un’azione di governo che metta finalmente in atto una ripresa per ora più letta sui giornali che vissuta in prima persona dagli italiani.

 

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