Mario, attento alla sindrome di Matteo: non si fa ripartire il paese senza il Sud

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Qualcuno ricorda l’incredibile popolarità di cui Renzi godeva nel 2014? Aveva appena sbancato alle europee, ottenendo con il Pd il 40,81% dei voti (una roba da DC dell’immediato dopoguerra) e sembrava avviato a restare per un paio di legislature sulla poltrona di premier, forte di un sostegno trasversale, che andava dalla sinistra moderata ai ceti produttivi del nord. Eppure in neanche due anni la sua fortuna elettorale si è dissolta, e Matteo ha dovuto lasciare prima Palazzo Chigi, poi la segreteria del Pd e poi il Pd stesso, costruendosi un fortino, Italia Viva, che non si schioda dal 2% nelle intenzioni di voto dagli italiani.

In molti si sono domandati le ragioni di un crollo così spettacolare, spiegandoselo con una certa antipatia del personaggio, con l’arroganza con la quale aveva promosso il referendum costituzionale del 2016 e con una campagna social virulenta, ai limiti della gogna, organizzata contro di lui dall’allora gioiosa macchina da guerra grillina. Quasi nessuno invece ha cercato di spiegarselo con i freddi ma eloquenti numeri dell’economia, ribaditi inesorabilmente ieri dal centro studi di Confcommercio: negli ultimi 25 anni il Sud ha perso 1,6 milioni di giovani, quasi tutti emigrati al Nord, e la sua quota del Pil è scesa appena al 22% del totale nazionale.

Un disastro che ha molti padri (compreso, diciamolo, il Berlusconi a trazione leghista dei primi anni Duemila), ma uno dei principali è senza dubbio Renzi, che da premier si vantava del recupero del Pil italiano fingendo di non sapere che si trattava di una crescita concentrata al settentrione e dimenticandosi del tutto del Sud, che dopo la crisi del 2012 è stato quasi ridotto alla fame. Ecco quindi spiegato il crollo di Renzi dalla Campania in giù e la crescita spettacolare – anche se pure questa effimera – del M5S che nel 2018 fu l’unico paese a mettere il Meridione al centro della sua agenda.

Ecco perché l’attuale capo del governo Mario Draghi farebbe bene a non farsi incantare dai dati ottimisti sulla ripresa italiana: il Pil italiano probabilmente aumenterà del 6% del Pil nel 2021, ma la crescita ancora una volta riguarderà solo il Nord e qualche regione del Centro, mentre tutto sembra restare fermo a sud di Roma.

Ecco perché è fondamentale che i fondi del Pnrr siano utilizzati per incrementare la spesa pubblica al Sud – a patto che i fondi siano controllati dallo Stato e non dalle disastrose regioni -; in caso contrario la ripresa non farà altro che aumentare la distanza tra le due metà del Paese, gettando i cittadini meridionali in un nuovo sconforto. Ma Draghi, pur novizio, è già politico molto più accorto di Renzi, e non a caso ha promesso che manterrà, pur riveduto, il popolarissimo Reddito di cittadinanza, e ieri ha varato un pacchetto di interventi per il Mezzogiorno che promettono di dare una scossa attesa da decenni.

Il dl infrastrutture approvato ieri dal Consiglio dei ministri sembrerebbe una risposta nella giusta direzione: prevede ben 4,6 miliardi da spendere per accorciare le distanze col resto d’Italia quanto a dotazione di strade, ferrovie, porti. Il problema è che la quasi totalità dei finanziamenti si vedrà a partire dal 2028, mentre per il primo anno il decreto stanzia appena cento milioni. Una miseria, se si pensa – tanto per fare un esempio – che la mai completata città dello sport di Roma con la vela di Calatrava è costata da sola 120 milioni e secondo le ultime stime ne richiederebbe almeno altrettanti per essere finita.

Il rischio è che si arrivi alle elezioni del 2023 con un Sud sempre più disperato e impoverito, e soprattutto deluso dall’ennesimo capo del governo che aveva annunciato un rinascimento italiano dimenticandosi che l’Italia arriva fino alla Sicilia. Ecco, questa è la vera occasione che il premier deve sfruttare per dimostrare di essere uno statista e non un banchiere prestato alla politica.

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