La Merkel non si ricandida? Allora eleggiamo il tizio che la imita

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Ai tedeschi piace la stabilità, è risaputo. Dal 1949 a oggi hanno visto succedersi appena otto cancellieri. Lo riscriviamo: appena otto capi di governo in 72 anni. Noi abbiamo cambiato otto premier solo dal 2006 a oggi. E se la Merkel avesse deciso di presentarsi ancora alle elezioni del Bundestag in programma domenica prossima c’è da esser certi che gli elettori avrebbero scelto di nuovo lei. Non potendola votare hanno deciso di puntare sull’uomo che le somiglia di più, anche se appartiene a un altro partito; l’attuale vice cancelliere della SPD Olaf Scholz.

La storia della campagna elettorale tedesca, che ha visto un’incredibile rovesciamento di forze nel giro di pochissimi mesi, verrà ricordata come il trionfo strategico di Olaf Scholz, l’unico candidato che sembra aver capito i suoi connazionali dando loro quello che chiedevano, una Angela in giacca e cravatta. La sua campagna elettorale ha rasentato il plagio: prima ha riciclato un vecchio slogan che la Merkel aveva utilizzato in una campagna elettorale precedente, (“mi conoscete”), poi ha proposto obiettivi di politica economica in totale linea col precedente governo, spostandoli leggermente a sinistra (aumento del salario minimo, blocco dell’età pensionabile a 67 anni, innalzamento dell’aliquota massima dal 42 al 45%), infine ha cominciato a copiare la tipica posa della cancelliera, con le mani congiunte sul grembo a formare un rombo.

Tanto è bastato per schiantare sia il delfino della cancelliera, il democristiano Armin Laschet, che da gennaio a oggi è stato in grado di far crollare la CDU/CSU dal 37% dei consensi a un misero 20%, che l’arrembante leader dei Verdi Annalena Baerbock, paradossalmente indebolita dalla sua ostinazione nel volersi presentare come una candidata di rottura in un paese che ha l’unico desiderio di lasciare le cose come stanno. Laschet ha pagato carissima la risatina, rilanciata da tutti i telegiornali, che si è lasciato scappare mentre il Presidente della Repubblica era impegnato a commemorare i morti delle inondazioni che hanno devastato il paese lo scorso luglio. La Barbock invece è stata messa in difficoltà dalle accuse di plagio ricevute in occasione della pubblicazione del suo libro-manifesto, pubblicato quest’estate e contenente stralci di altre pubblicazioni che non erano citate come tali. La Merkel non ha mai commesso leggerezze di questo genere, e come lei il controllatissimo Scholz.

Le sue apparizioni televisive sono state forse un po’ grigie, ma serie e basate su numeri verificabili. D’altra parte la visionarietà non è considerata un pregio in un paese che prima dell’esplosione del Covid veniva da 10 anni consecutivi di incremento del Pil e 14 anni di crescita dei livelli di occupazione. A confermarlo è stato l’atteggiamento a dir poco tiepido col quale l’opinione pubblica ha accolto l’ambiziosa promessa dei Verdi di ridurre le emissioni di gas serra del 70% entro il 2030 e soprattutto quella di promuovere un rincaro del prezzo delle emissioni, arrivando a 60 euro a tonnellata. Sul piano climatico Scholz ha invece preferito confermare gli impegni presi… dalla Merkel. Che la strategia funzionerà è già dato per scontato dalla stampa tedesca: la FAZ – il quotidiano più autorevole del Paese – ha già incoronato Scholz scrivendo ieri in prima pagina: “La gente si guarda intorno e si chiede: chi sarà ora la nostra Merkel? Spesso si è detto che nelle grandi coalizioni la SPD faceva un buon lavoro, ma che non ne ha potuto trarre vantaggio perché la Merkel, come il sole, brillava così forte da non far vedere nessuno accanto a lei. Ora che non c’è più, Scholz sta brillando come non mai”.  E siamo sicuri che sotto sotto pure la Merkel ne sia contenta.

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