Green Pass. Oggi gli anni Settanta? Ecco cos’è la strategia della tensione

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Cosa accadrà oggi? Mezza Italia scenderà in piazza contro il Green Pass? Gli studenti finalmente svegliatisi dal torpore decennale, faranno cortei contro il sistema? I portuali di Trieste bloccheranno tutto? Gli autotrasportatori si metteranno in mezzo? Oppure sarà una bolla di sapone, con tanto di Polizia, questa volta attrezzata e preparata a fronteggiare i contestatori, come quando si seppe che il popolo No-Vax e No-Green Pass avrebbe impedito la circolazione dei treni? In quell’occasione, ministero degli Interni, Digos e Forze dell’Ordine, dimostrarono una sorprendente efficienza rispetto, invece, a sabato scorso.

Mercoledì il ministro Lamorgese, in evidente difficoltà, ha risposto con l’unica giustificazione che poteva dare, coprendo un’ambiguità istituzionale da far tremare i polsi.
“Per evitare guai peggiori”: ecco il punto. lo Stato ha dunque, patteggiato con i dimostranti (che non dovevano stare nemmeno sul palco), lasciando fare (stiamo parlando dell’assalto alla Cgil).
Al punto che la Meloni ha evocato “la strategia della tensione”.

Cos’è questa strategia? Ci riporta agli anni Settanta. Andiamo per ordine. Ci sono due aspetti da osservare e ricordare bene. Primo: la destra extraparlamentare (allora Ordine Nuovo, Avanguardia nazionale e parecchio altro), ha sempre considerato la destra parlamentare (allora il Msi), come un partito di traditori, badogliani, liberali, “venduti al sistema partitocratico-antifascista”. E per questo ha ciclicamente praticato un proprio autonomo gioco, spesso in contatto con ambienti dei servizi (solo deviati?).

In pratica, il profitto era reciproco: i movimenti extraparlamentari guadagnavano in visibilità e si inserivano in progetti di eversione istituzionale, in linea con la loro ideologia (che chiamavano rivoluzione): nei primi anni Settanta, era l’ipotesi “militari al potere”, contro il comunismo, successivamente “gli opposti estremismi”. E lo Stato, come detto, poteva gestire dall’alto una scelta che possiamo riassumere col motto andreottiano: “Organizzare il disordine per gestire l’ordine”.

Nei momenti di difficoltà, quando sono in ballo equilibri vitali per le istituzioni, entra in campo qualsiasi ipotesi di lavoro e decisione forte (si pensi ai patti con la mafia, al dialogo con i terroristi). Che ha come strumenti collaudati gli agenti provocatori, gli infiltrati, i collaboratori di giustizia, l’eterodirezione stessa del terrorismo (il mistero delle Br). Si chiama gestione politica della crisi. Una regola che accomuna tutti gli ordinamenti statuali, democratici e non.

E per capire la logica di certe alleanze opache, basta vedere i loro effetti. E per essere chiari, la trasmissione di Zavoli (la Notte della Repubblica), con tanto di testimonianze dei diretti interessati, è stata e resta, illuminante: il terrorismo, gli opposti estremismi, la strategia della tensione, la gestione del terrorismo alla fine, hanno stabilizzato le istituzioni.
Un gioco non senza vittime e controindicazioni. Al punto che i Nar, per loro stessa ammissione (le dichiarazioni di Mambro e Fioravanti), volevano vendicarsi di Fiore, per le sue collusioni (per loro certe), con i servizi (che spiegano il suo trasferimento in Inghilterra), avendo bruciato, sempre secondo loro, tutta una schiera di attivisti e dirigenti secondari di Terza Posizione.

Venendo alla cronaca di oggi, la nuova strategia della tensione, ha ancora le medesime caratteristiche. Da una parte, il gioco ambiguo di una destra extraparlamentare (Forza Nuova) che molto probabilmente continua a godere di certe protezioni, altrimenti non si spiegano tutti i vulnus di sabato scorso, verità uscita fuori grazie ai social che poi ha condizionato la tv (la presenza di Castellino e Fiore in piazza, l’assalto annunciato alla Cgil, la Polizia in disarmo e ridotta ai minimi termini nei luoghi sensibili, persone che si cambiano dentro la sede del sindacato, dopo aver contribuito a sfondare le porte, poliziotti in borghese che massacrano i manifestanti etc). Ormai è patrimonio collettivo che qualcuno abbia lasciato fare. Per quale ragione?

E qui veniamo all’altra parte. A chi giova? Come negli anni Settanta, a dirigere il voto dei ballottaggi, demonizzare con lo stantio e ridicolo fantasma del fascismo (che viene usato quando la sinistra non sa che dire e che fare), ridimensionando l’avanzata della destra parlamentare. E a stabilizzare un quadro politico-istituzionale che teme la fusione tra l’area no-vax, no-green pass, il mondo del lavoro, gli studenti e la forte astensione al voto (primo passo di un’opposizione dei cittadini, al momento non rappresentata da nessun partito, che potrebbe prendere qualsiasi forma e direzione). Quando al contrario, si vuole procedere a tappe forzate verso una normalizzazione draghiana, col Recovery, la vicinanza a Bruxelles, il completamento della campagna vaccinale e a conti fatti, il commissariamento della democrazia.

Meditate gente, meditate. E allora la manifestazione di piazza San Giovanni, di ricompattamento repubblicano-antifascista, alla luce di tali considerazioni, e in pieno silenzio elettorale, non può che assumere un altro significato, rispetto all’auspicio di una vera pacificazione nazionale, di regole democratiche e civiltà del diritto da recuperare. Questo è il vero modo di amare e rispettare la Costituzione e pretendere una classe politica e intellettuale degna della nostra storia e dei nostri valori.

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