“Meno male che Silvio c’è”: ma ormai lo cantano solo a sinistra

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Ormai non ci sono più dubbi, la santificazione in vita di Silvio Berlusconi da parte della sinistra è ufficiale.

Basta leggere le dichiarazioni di politici del Pd, commentatori dei principali quotidiani italiani (si salva soltanto Il Fatto Quotidiano), intellettuali di sinistra, e sembra che di colpo siano stati cancellati venticinque anni di autentico “odio ideologico” nei confronti del tre volte presidente del Consiglio, leader di Forza Italia e del Pdl. 

Basta aprire questa mattina Open, il giornale online fondato da Enrico Mentana per trovarne conferma. Ecco il titolo: “Berlusconi: «Un eroe è chi blocca un treno per Auschwitz, non un porto per il Green pass» con riferimento alle dichiarazioni rilasciate dal leader azzurro in un’intervista al quotidiano Libero diretto da Alessandro Sallusti. Ma prima c’era stata la pubblica riabilitazione da parte di Romano Prodi, che addirittura è arrivato a riconoscere di aver sbagliato ad opporsi all’ingresso di Forza Italia nel Partito Popolare europeo; e non c’è trasmissione televisiva in cui Enrico Letta e autorevoli esponenti del Pd non manchino di riconoscere la grande responsabilità istituzionale che dimostrano Forza Italia e Berlusconi nel sostenere con forza il governo Draghi.

E che dire della levata di scudi a difesa dell’ex leader del centrodestra quando dal Tribunale di Milano è arrivata la richiesta di perizia psichiatrica nei suoi confronti nell’ambito del processo Ruby? Da Prodi a Renzi, passando per Letta, Calenda, Conte è stato tutto un coro di indignazione contro quella che è stata definita una vergogna.

E’ evidente come la sinistra stia praticando nei confronti di Berlusconi lo stesso trattamento riservato in passato a Gianfranco Fini. E se l’ex leader di Alleanza Nazionale fu utilizzato in chiave anti-berlusconiana per mettere in crisi il centrodestra e indebolire la leadership del Cavaliere (Ricordate? La buona destra contro quella degli interessi privati), allo stesso modo oggi  Berlusconi viene usato per sfasciare il centrodestra e mettere Forza Italia contro Lega e Fratelli d’Italia. Il gioco del resto è chiaro: elevare Berlusconi a simbolo del centrodestra moderato, responsabile, europeista, con cui si può dialogare e collaborare, contro la destra sovranista, becera e fascista, che mette a rischio il governo e vorrebbe portare il Paese alla catastrofe, nel momento in cui l’uomo solo al comando, cioè Draghi, sta facendo di tutto per salvare la baracca.

E questo ruolo, quello del leader legittimato dagli avversari prima ancora che dal proprio schieramento, sembra piacere molto al leader forzista che non a caso ogni giorno interviene in difesa del premier, sostenendo a spada tratta la politica dell’esecutivo, quasi sempre prendendo le distanze dagli alleati di coalizione. E non è certo un mistero che i ministri forzisti, da Gelmini a Carfagna passando per Brunetta siano sempre molto più in sintonia con i colleghi del Pd che con quelli del Carroccio.

E a poco serve ripetere ogni giorno come un mantra che Forza Italia vuole meno tasse, se poi si è d’accordo con il governo praticamente su tutto, comprese quelle misure come il green pass per lavorare o la vaccinazione obbligatoria che gli azzurri hanno chiesto dall’inizio, e che non sono proprio il massimo per un partito che si definisce liberale. E che ormai è diventato una succursale di Palazzo Chigi.

Ma è mai possibile che proprio Berlusconi, in passato raffigurato come il male assoluto, l’uomo dei conflitti di interessi, delle leggi ad personam, descritto dalla sinistra come una sorta di pagliaccio che ci faceva vergognare nel mondo e che gli stessi che oggi lo glorificano hanno buttato fuori dal Senato sulla base di una condanna per frode fiscale carica di anomalie e contraddizioni, possa godere nel vedersi legittimare dai nemici di sempre contro gli alleati del centrodestra? Che possa compiacersi degli elogi a lui rivolti da quegli stessi giornali e commentatori che in passato lo hanno massacrato mediaticamente, fino a spiarlo dal buco della serratura e cavalcando ad arte gli scandali sessuali, da Noemi Letizia a Ruby Rubacuori che ne hanno minato profondamente la credibilità politica con le risate di scherno in mondovisione di Sarkozy e Merkel? Che fine hanno fatto le famose dieci domande di Repubblica che per mesi hanno campeggiato sulla prima pagina? E gli appelli dei commentatori di punta che oggi quasi si inginocchiano davanti al più grande leader di tutti i tempi, che lo invitavano a dimettersi per non ridicolizzare l’Italia? Oggi tutti a scrivere che se esiste ancora il centrodestra è grazie a Berlusconi che in queste elezioni ha azzeccato il candidato in Calabria, l’unico che ha vinto finora, fingendo di non vedere che con un centrosinistra spaccato in mille pezzi era matematicamente impossibile per chiunque perdere. 

Forse Berlusconi si è davvero illuso di poter succedere a Sergio Mattarella nonostante l’età avanzata e i seri problemi di salute? O più semplicemente spera di piazzare al Quirinale un suo fedelissimo? Difficile altrimenti spiegare un comportamento che rischia di far perdere consensi al partito azzurro nerl momento in cui, ogni giorno di più, sembra simile a quel Pd che dice di voler combattere e di cui condivide tutto, anche una riforma del Fisco che rischia di ipotecare il futuro dei contribuenti italiani con la revisione del catasto. E con il quale Pd ha  creato un asse strategico all’interno della maggioranza per isolare le posizioni del Carroccio, ovvero del principale alleato.

E nonostante le foto sui palchi delle campagne elettorali sembrino immortalare un’unità del centrodestra solida e granitica, la sensazione che si percepisce è quella di una Forza Italia ormai composta di due anime; quella conservatrice incarnata da Tajani, Gasparri e company fedeli all’alleanza con Lega e Fratelli d’Italia e l’anima liberale e draghiana dei vari Brunetta, Carfagna, Gelmini, sempre più lontana dal modello dell’attuale centrodestra e sempre più in cerca di nuove formule politiche moderate.

Con Berlusconi in cerca disperata di un residuale spazio da leader che sembrano riconoscergli opportunisticamente ormai soltanto gli avversari.

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