Alta tensione in Forza Italia fra berlusconiani e draghiani. Cosa sta avvenendo

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Mentre Berlusconi, Salvini, Meloni riuniti a Roma nella villa che fu del regista Franco Zeffirelli provavano a rimettere insieme i cocci del centrodestra, in Forza Italia si è sfiorata la rottura. E sono venute alla luce tutte le contraddizioni interne.

Ormai è sempre più evidente la coesistenza di due anime: quella conservatrice capeggiata dal coordinatore nazionale Antonio Tajani fedele al modello dell’attuale centrodestra e all’idea della federazione, e quella liberal rappresentata dai ministri Brunetta, Gelmini e Carfagna sempre più legata al premier Draghi, che punta ad una Forza Italia moderata, autonoma e distinta dagli alleati e che guarda con favore a nuove alleanze centriste.

Le due anime sono venute ieri allo scontro in occasione dell’elezione del nuovo capogruppo alla Camera in sostituzione del dimissionario Roberto Occhiuto appena eletto governatore della Calabria. L’ala draghiana del partito ha tentato di sbarrare la strada a Paolo Barelli designato da Tajani, contrapponendogli Sestino Giacomoni. Non solo, i tre ministri insieme ad altri 23 deputati, un terzo del gruppo, hanno chiesto con una lettera che il voto fosse a scrutinio segreto confidando magari nell’aiuto di altri parlamentari favorevoli a Giacomoni ma impossibilitati a votare pubblicamente contro l’uomo di Tajani.

Neanche l’intervento di Silvio Berlusconi, che con una lettera inviata al gruppo parlamentare ha designato di fatto Barelli, è servita sul momento a stemperare gli animi. Brunetta fino all’ultimo ha insistito con la richiesta del voto segreto, lasciando intuire che si sarebbe andati alla rottura. La situazione si è sbloccata con la decisione di Giacomoni di ritirare la propria candidatura in favore di Barelli che a quel punto è stato votato all’unanimità.

Ma i malumori sono rimasti, con la Gelmini che è uscita allo scoperto lamentando come ormai da mesi i ministri siano esclusi da tutti i tavoli perché accusati di obbedire ormai soltanto a Mario Draghi. Del resto non è un mistero che i tre ministri azzurri li abbia scelti personalmente il premier, scartando altre proposte compresa quella di Tajani. Gelmini arriva ad ipotizzare un vero e proprio complotto ai danni della delegazione ministeriale che sarebbe stata raffigurata agli occhi di Berlusconi come inaffidabile e ormai succube di Draghi. La ministra non accusa direttamente nessuno ma i suoi bersagli sarebbero proprio il coordinatore Tajani e Licia Ronzulli che avrebbero di fatto convinto Berlusconi a non coinvolgere più i ministri nelle decisioni, escludendoli dai tavoli, sostenendo che “tanto obbediscono solo a Draghi”.

“Berlusconi – ha attaccato Gelmini- a causa del Covid non ha potuto vivere in prima persona la stagione politica, gli eventi, se li è sentiti raccontare e ha avuto solo una parte della verità, una parte del racconto, non ha avuto una rappresentazione onesta e trasparente di quello che stava succedendo. Sono tra le persone, insieme a Brunetta e Mara Carfagna, che hanno sottoscritto quella lettera. Sarebbe ipocrita non intervenire oggi – ha proseguito – Io non credo di dover fare attestato di lealtà a Berlusconi, sono qui da tanti anni e mi sento di essere profondamente berlusconiana, ma l’ultima stagione del berlusconismo non mi rappresenta e non rappresenta neanche Berlusconi”.

Dal fronte opposto è arrivata la dura replica di Giorgio Mulè vicino a Tajani: “Al profondo disagio della Gelmini rispondo con il profondo disagio nell’aver ascoltato quelle parole, che sono irreali, ingenerose e non veritiere. Ieri mattina abbiamo avuto una riunione con ministri, sottosegretari, coordinatori e dirigenti del partito prima della cabina di regia per fare il punto sulle istanze da presentare al presidente del Consiglio. Non è vero, è falso quello che dice. Mi dà molto fastidio. Non chiamo testimoni a dare patenti di verità a quello che dico. Se c’è un difetto di Berlusconi è che risponde a tutti e parla con tutti in qualsiasi momento del giorno e della notte. È uno scenario irreale. La Gelmini – ha aggiunto Mulè – ha tradito una crisi di nervi vera, era chiaro che il candidato della ministra Gelmini a capogruppo al Camera non è quello designato da Berlusconi, le è scappata la frizione, in una maniera che non le fa onore per la storia che ha e per il ruolo che ricopre. Se sei il capo delegazione di Forza Italia non puoi dire che non c’è cinghia di trasmissione con il presidente, perché non è vero”.

Insomma la tensione è alle stelle e paradossalmente i primi scontri interni che tutti si aspettavano scoppiare nella Lega fra Salvini e Giorgetti sono invece esplosi in Forza Italia, l’unico partito del centrodestra che è uscito meno malconcio da questa tornata amministrativa avendo eletto un proprio rappresentante alla guida della Regione Calabria e avendo riconfermato il sindaco a Trieste. Ma è evidente come il malessere serpeggiasse ormai da molti mesi, da quando è nato il governo Draghi, come è altrettanto evidente  che molti non abbiano accettato la designazione dei ministri. E sebbene Forza Italia con Berlusconi in testa sia in prima linea a difendere Draghi e la sopravvivenza del governo, appare chiaro che se per Tajani e company l’esecutivo è soltanto una parentesi emergenziale e il centrodestra unito resta l’orizzonte futuro, per Gelmini e gli altri ministri rappresenta invece il trampolino di lancio per nuove alleanze politiche. E nemmeno più la leadership di Berlusconi sembra bastare da collante.  

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