Nuovo bipolarismo: non più destra vs sinistra, ma “sì-Draghi vs no-Draghi”

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Nelle dispute interne, dopo il voto amministrativo, specialmente nel centro-destra, c’è in ballo molto più delle strategie per scegliere il prossimo capo dello Stato o il ritorno alle urne alla scadenza della legislatura. E’ la morte della politica.
Prima c’era la dicotomia “destra contro sinistra”, poi abbiamo avuto la stagione dei “populismi contro le caste” (“alto-basso”); ora sta tornando lo schema anglosassone, ma con una variante (per restare in tema pandemico), non da poco.

Si parla da giorni, infatti, di Terzo Polo e di “partito di Draghi”, indipendentemente dal suo futuro percorso personale (continuare a Palazzo Chigi o migrare al Colle).
Terzo Polo e partito di Draghi in qualche misura, sono concetti che si sovrappongono e che marciano di pari passo.
Intendiamoci, Draghi non ha bisogno di un suo partito, esperienza negativa che ha rovinato il tesoretto (buono o pessimo) che Monti aveva costruito. Per il semplice fatto che il partito di Draghi già esiste ed è fortissimo. E’ il “sistema-Draghi”: un grande centro che ha narcotizzato i partiti, costringendoli a un ripetitivo e ossessivo referendum quotidiano, con o contro di lui. Li ha marginalizzati. Chi è con lui, è di fatto svuotato, delegittimato, assiste alle scelte che contano dai ministeri amici del premier, rassegnandosi a schermaglie mediatiche periferiche, su questioni al momento ininfluenti, col parlamento ridotto a organo meramente ratificante (le materie vere del contendere, Recovery, economia, Bruxelles, sanità, sono blindate).
Chi è contro di lui poi, è totalmente fuori dai giochi. Ne sa qualcosa Salvini, costretto a snervanti equilibrismi che lo stanno depotenziando presso l’elettorato e il suo schieramento.

I partiti “dragoni” sono il Pd, che ha scelto di essere il più fedele della maggioranza. Abbiamo già scritto che Letta guida ormai il vero partito conservatore italiano, espressione dello status quo e del pensiero unico liberal. Poi, seguono, con piccoli distinguo, i nuovi 5Stelle, versione Conte (è il partito-Recovery). Poi, i terzopolisti Calenda e Renzi. Infine, Forza Italia, in bilico tra l’essere l’ago della bilancia di un centro che guarda per mancanza di alternative a destra (una destra ancora sovranista), oppure parte motrice di un centro autonomo.
La Lega è divisa: tra i moderati alla Giorgetti, Zaia etc, i falchi alla Borghi, Bagnai etc e il Capitano in oggettiva difficoltà pre-congressuale.

Quindi, il partito di Draghi coincide col 90% della sua maggioranza parlamentare. Al punto che il bipolarismo che verrà sarà “pro-Draghi vs no-Draghi”.
Con l’unico problema che l’opposizione alla gestione del premier (economica, tecnocratica, sanitaria), da quest’altra parte, non ha interpreti codificati e organizzati.

Chi sarà capace di unire tutte le contestazioni ai poteri eternamente emergenziali di Palazzo Chigi e al dirigismo tecnocratico dominante? Chi sarà in grado di dar voce al mondo del lavoro in lotta aperta contro il sindacalismo istituzionale? Chi all’area no-vax, no-green pass, sempre più agguerrite? Chi agli orfani del primo grillismo e di una diversa destra? Un magma che né Lega né Fdi sembrano in grado di rappresentare.
Un bipolarismo, però, con un limite pericoloso. Da una parte, il commissariamento della politica, da parte del direttorio di Palazzo Chigi; dall’altra, un’opposizione in fieri geneticamente anti-politica. Ciò che manca è la vera politica. Questo è il vero vulnus dell’Italia.

 

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