Delle due l’una: o Giorgetti non conosce la Costituzione, o ha in mente qualche strategia. Come è possibile ipotizzare un doppio ruolo, quasi da semipresidenzialismo per Draghi, elevato ormai a rango di divinità a tutto campo, quando non c’è mai stata una riforma costituzionale in senso gollista, secondo i dettami dell’articolo 138?
Come è noto, una forma di governo cambia attraverso una bicamerale o un’assemblea costituente. In Italia, invece, abbiamo annunciato tante volte il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica (dopo Tangentopoli), e dalla seconda alla terza (spot di Di Maio). Ma si è trattato solo di trovate mediatiche. La realtà è che siamo ancora perfettamente dentro gli eterni tempi supplementari della prima Repubblica.
Eppure Giorgetti va avanti, la immagina proprio come il modello francese, ad uso e consumo dell’attuale premier, che dovrebbe continuare a svolgere funzioni di capo dello Stato e contemporaneamente di presidente del consiglio, capace di guidare anche l’esecutivo.
Un’idea che non sta in cielo né in terra. Il capo dello Stato, secondo la nostra Carta, non ha i poteri di governo e il capo di governo non può essere un arbitro. Quindi Draghi, al di là delle aspettative, non può essere arbitro e capitano insieme.
Non a caso la ministra forzista Carfagna, sua alleata di maggioranza e di coalizione, ha correttamente smentito il collega leghista.
Ma Giorgetti si rende conto di quello che ha detto? Ricorda che il governo Draghi non sarà eterno, ma solo di tregua? E che prima o poi, la politica attualmente commissariata, tornerà centrale (speriamo)?
Ci rifiutiamo di pensare a una lacuna giuridica e politica così grave senza un minimo sottofondo (ha voluto soltanto infastidire il Capitano?). Meglio parlare della seconda ipotesi di lavoro: la strategia dell’uomo più draghiano del Carroccio. Una strategia che rischia di piacere, infatti, trasversalmente, a tanti politici che oggi siedono alla Camera e al Senato.
E qui torniamo alla realtà e alla cronaca. Semestre bianco terminato, i partiti tenteranno di convincere Sergio Mattarella a rivedere le sue posizioni. Ossia, restare al Colle, una sorta di riedizione della monarchia di Napolitano: deve traghettare il paese al voto, evitando le elezioni anticipate.
Questo è il punto: i partiti, al lumicino per la nuova egemonia dei tecnici, temono per la loro sopravvivenza. In un momento in cui destra e sinistra sono totalmente deboli come offerta di senso, e obbligati a un referendum quotidiano pro o contro Draghi per esistere e avere qualche consenso (si pensi al Pd); nel momento in cui l’astensionismo riguarda un italiano su due, e la legge sul taglio dei parlamentari taglierà la testa a tanti politici, il ritorno alle urne è visto collettivamente come una iattura. Logico che la casta, la nomenklatura partitica, stia escogitando soluzioni per sopravvivere e restare più a lungo in sella. A questo punto meglio il comodo grande centro draghiano che narcotizza partiti e leader.
La Lega ormai è divisa in due. Salvini di lotta e di governo, anche in vista del congresso, è in palese difficoltà. Tra “governare” Giorgetti e i suoi moderati governatori del Nord e inseguire il corpaccione prima maniera dei suoi elettori, meglio rappresentati da Fdi, oscilla, balbetta. Proprio ieri in risposta al ministro del Mise ha ribadito il no all’entrata nel Ppe e non ha perso occasione per far inviperire la sinistra, partecipando a una ricorrenza storica (i morti brasiliani durante la guerra), col tanto odiato “omofobo”, “xenofobo”, “negazionista”, “fascista” Bolsonaro (tra l’altro già ricevuto dai nostri capi dello Stato e del governo), ringraziandolo per averci restituito Battisti.
Insomma, si scrive Giorgetti si legge paura della politica. In cerca di un’exit strategy degna di nota.



