Quirinale. La partita vera e i giochi sotterranei: i Colli interscambiabili

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Le partite sono due. Preliminari a ogni gioco successivo.

La scelta del prossimo presidente della Repubblica, dovrà combinarsi con le strategie dei partiti, che commissariati di fatto da Draghi, pensano (anzi, si illudono) di tornare centrali. Ossia, tornare importanti sia nella decisione dell’inquilino del Colle, sia per tornare alle urne, rialzando l’asticella dei loro interessi di bottega.

Ecco le due partite: la prima è tra chi vuole nominare il capo dello Stato e continuare la legislatura “tecnica”; la seconda, la sta disputando chi vuole nominare il capo dello Stato e andare subito al voto.
A favore della prima ipotesi, c’è il timore, da parte della maggioranza dei peones, di non essere eletti, a causa della legge sul taglio dei parlamentari e il timore, del centro sinistra, che alle prossime elezioni possa vincere la destra, anche se al momento è ridotta male, sia in termini di collante politico (sovranismo, europeismo, moderatismo), sia in termini di leadership.

A favore della seconda ipotesi, cioè il voto, è possibile, ma neanche scontato, che prevalendo la destra, molte cose potrebbero cambiare radicalmente: leggi riviste, riforme modificate, provvedimenti contrari all’attuale quadro istituzionale (migranti, economia, rapporto con la Ue, politiche vacciniste etc). E questo molti deputati e senatori non possono accettarlo.

E che fine farà Draghi? Al posto suo, non sapremmo cosa e chi scegliere. Se è più pericoloso chi lo sostiene fideisticamente, o chi lo combatte apertamente.
Il premier, al momento è perplesso. Da un lato, vorrebbe continuare l’operazione Recovery e la campagna vaccinale; dall’altro, anche dal Colle potrebbe indirizzare lo Stato verso una bussola politicamente, culturalmente ed economicamente corretta, garantendo tale perimetro anche nell’ipotesi di una affermazione del centro-destra sovranista alle urne.

Per ora, sembra che voglia restare a Palazzo Chigi e che non abbia alcuna intenzione di traslocare.
Anche perché sa benissimo, che la nostra non è una Repubblica presidenziale. E al Quirinale correrebbe il rischio di trasformarsi in notaio passacarte. Altro che motore propulsivo della società-Recovery.
Se lui non dovesse andare, i nomi che girano sono tanti. Innanzitutto c’è chi reclama “un giovane che abbia il coraggio di osare”; e chi parla di una donna, che rappresenterebbe un notevole simbolico cambio di volta.

Marta Cartabia, ex-presidente della Corte Costituzionale, attuale ministra della giustizia, sembra in pole position. Ci ha fatto restituire i terroristi delle Br e Battisti, e la sua riforma ha posto le condizioni per un cambiamento vero. Contrari alla sua persona, ovviamente i giacobini grillini e parte della sinistra, quella più giustizialista e meno liberal.
Giuliano Amato, dal canto suo, ha una folta schiera di ammiratori. Potrebbe conciliare moderati di destra e di sinistra. Se invece, l’ago della bilancia dovesse protendere verso il centro-destra, Pier Ferdinando Casini sarebbe la persona giusta, l’elemento equilibratore del quadro politico: uno che dal moderatismo cattolico-liberale di destra, alle ultime elezioni è passato al moderatismo di centro-sinistra. Ergo, una figura trasversale (come nella migliore tradizione post-dc).

Tra le seconde scelte, in tanti: Gianni Letta, Marcello Pera, forse addirittura Rosy Bindi.
Facendo molta attenzione, però, alla psicosi da nomination che portò a impallinare Prodi e Marini.
Domanda: il successore di Mattarella, ammesso che lui confermi l’intenzione di non fare come Napolitano e cioè di succedere a sé stesso, sarebbe il presidente di quale Repubblica? La seconda, la terza o ancora la prima?

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