Politica e calcio. Da Mancini a Draghi, la maledizione italiana

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Come mai come nazione non riusciamo mai a imporre un nostro gioco, una vera strategia di attacco, qualificata e qualificante, che sia coerente con le nostre potenzialità, le nostre ricchezze, eccellenze artistiche, filosofiche, letterarie, storiche, religiose, e in qualche momento, pure politiche?

Perché giochiamo sempre in contropiede, ci rialziamo quando siamo a terra e quasi sconfitti, quando stiamo perdendo tutto e tutto sembra contro di noi?
Ad esempio, se c’è una pandemia, come quella che ci ha colpiti, reagiamo, non ci deprimiamo, cantiamo sui balconi, ci mettiamo in riga, facciamo militarmente e acriticamente i vaccini, scriviamo che “tutto andrà bene”. Se c’è una crisi economica ci rimbocchiamo le maniche, accettiamo i sacrifici; e se c’è una guerra, dopo una legittima fase di preoccupazione, anche di conformismo verso il potere, ci armiamo e diventiamo resistenti e oggi resilienti.

Stesso discorso per il calcio. Ogni volta che conquistiamo una coppa, un trofeo importante, raggiungiamo la vetta del mondo o d’Europa, quando siamo chiamati a confermare l’egemonia, i galloni meritati, cadiamo come polli, ci riduciamo a comprimari, a comparse. E questa maledizione ci sta affliggendo pure ora: costretti a giocarci la qualificazione per i mondiali disputando una sorta di spareggio dalle mille difficoltà.

Facciamo un bagno di umiltà. L’Italia del pallone, da un po’, non è più lei, nonostante le comprensibili rassicurazioni positive da puro marketing autoreferenziale di Mancini. Si è persa la magia, la squadra è implosa, si è spenta, non esprime più un gioco accettabile, i migliori sembrano brocchi, non riusciamo a segnare, ma del resto, nemmeno agli europei il nostro attacco funzionava: siamo andati avanti grazie ai rigori. Che ora, puntualmente sbagliamo.

E’ la “sindrome da trincea”. Attaccati, costretti a esalare l’ultimo respiro, col mitra addosso, usciamo dalle trincee e vendiamo cara la nostra pelle. Ottenendo risultati inaspettati. Ma quando dobbiamo radicare, confermare l’avanzata, la conquista, c’è pronta, dietro l’angolo, un’altra Caporetto.
Questo è sempre accaduto: dopo la vittoria nei mondiali del ‘92, dopo la vittoria nel 2006 e adesso, dopo la conquista della coppa europea.

La verità è che nel nostro Dna ci sono la difesa, la passività, il gioco femminile, il contropiede, il comizio del perdente alla Alberto Sordi.
Medesimo discorso per la nostra storia. E’ questione di identità. Il popolo italiano è composto essenzialmente da “pecore anarchiche”. Siamo un paese di “idioti”, nel senso letterale della parola: attenti unicamente al dato personale, individuale, domestico, familiare, particolare, senza il minimo interesse per il dato generale, la visione d’assieme, il bene comune, la proprietà pubblica, lo Stato.
Non a caso da noi è nato lo spunto basico per il “familismo amorale”: tutto ciò che riguarda la nostra dimensione privata è buono, tutto ciò che riguarda la nostra dimensione pubblica è male. Lo Stato ci affama, ci obbliga, ci impone le tasse, i vaccini, è un nemico. Le sue regole e leggi all’interno della famiglia, sono relative, blande, discutibili, inefficaci. Anche l’idea di bene e di male. E se si ha questa indifferenza, se non ostilità verso l’esterno, il rapporto che si stabilisce in ogni relazione e con le istituzioni diventa meramente predatorio.

E non è finita: gli italiani (da” Dio-patria e famiglia” a “Io, patrimonio e tengo famiglia”), preferiscono delegare le fatiche e gli impegni della loro vita a un capo, un padre, un simbolo; che da una parte, li deresponsabilizza, dall’altra, fa per loro il gioco sporco. E quando questo capo, duce, leader, condottiero, re, presidente, capo partito, non soddisfa i nostri interessi, c’è sempre pronto un “piazzale Loreto”.
Gli italiani “cercano e uccidono” il padre. E la loro esterofilia o rifiuto del patriottismo, in realtà è solo un delirio di onnipotenza frustrato. Forse perché per secoli e secoli siamo stati ciclicamente invasi da “barbari” e quindi, costretti ad adeguarci: servili col padrone di turno, spietati col padrone in disgrazia.
Quindi, non ne usciremo mai. Il calcio è come la politica e i tifosi sono come gli elettori. Siano condannati a vincere quando perdiamo e a perdere quando vinciamo.

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