Pronti, ripartenza, via. Ma il Sud resta sempre al palo

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Il Pil italiano riparte, ma il Sud resta sempre in coda. Nel giorno in cui Palazzo Chigi festeggia i risultati sempre migliori per la nostra economia appena certificati dall’Istat – con i dati del terzo trimestre la previsione di crescita per il 2021 è ormai del +6,2% – non possiamo evitare di notare che i numeri riferiti al Meridione, per quanto buoni, sono meno buoni che nel resto del Paese.

Secondo il rapporto annuale sullo stato dell’economia e della società del Sud Italia appena diffuso dalla Svimez, l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, quest’anno il Pil del Centro-Nord crescerà del 6,8% mentre nel Sud salirà solo del 5%.

Il rimbalzo del Pil italiano – che, ricordiamolo, nel 2020 era crollato dell’8,9% – diventa insomma un rimbalzino da Roma in giù, perché il sistema economico è meno reattivo e in grado di rispondere agli stimoli di una domanda ancora molto legata alle esportazioni.

A rendere la situazione peggiore sono i consumi sempre più bassi, i salari che rimangono fermi nonostante l’inflazione ne abbia eroso di molto il potere d’acquisto e un eccesso di lavoro precario: al Sud il 22,3% dei lavoratori ha un contratto a tempo contro il 15% del Centro-Nord.

Mentre i membri del governo sono stati velocissimi a commentare gli ottimisti dati dell’Istat, nessuno ha pensato di degnare di mezza parola quelli dello Svimez. L’unico personaggio pubblico che si è degnato di affrontare il problema è stato il direttore generale dell’Abi Giovanni Sabatini, che ha addirittura presenziato alla presentazione del rapporto. Il capo dell’associazione dei bancari ha preferito concentrarsi sulla pars costruens, spiegando che per accelerare la ripresa del Sud è necessario approfittare del Pnrr, giudicato “un’occasione unica non solo per aumentare il potenziale di sviluppo della nostra economia ma anche per colmare il gap esistente tra Centro-Nord e Mezzogiorno”. “Il riequilibrio territoriale – ha aggiunto Sabatini – è un obiettivo trasversale in tutte le componenti del Pnrr. Il piano stanzia per il Mezzogiorno il 40 per cento circa delle risorse con ricadute su territori specifici: parliamo quindi di circa 82 miliardi”. Anche ignorando il fatto che il 40% dei fondi è poco, vista l’enorme differenza in infrastrutture rispetto al resto d’Italia, c’è da affrontare il problema della mancanza di professionisti in grado di spenderli, questi soldi.

Per investirli al meglio, vagliando, approvando e implementando progetti innovativi, in grado di intercettare una quota maggiore di domanda interna ed estera, occorrono dipendenti pubblici capaci e motivati; finora il ministro Brunetta non è però riuscito a dotare gli enti locali delle competenze necessarie. I concorsi lampo della scorsa primavera si sono rivelati un flop, e non sembra ci si stia affannando per correre ai ripari.

La crescita del 5%, buona in assoluto, neanche si avvicina alla quota di Pil perso dal Sud nell’annus horribilis 2020; se non si approfitterà del bonus – irripetibile, è bene ricordarlo – offerto dal Pnrr, nei prossimi anni il Meridione rischia la rovina definitiva, tra abbandono dei giovani e mancanza di posti di lavoro decenti. Se Draghi vuole davvero essere ricordato come uno statista farà bene a impostare la sua futura azione di governo concentrandosi su questo punto. A far crescere l’Italia puntando solo sul Nord era buono pure Renzi, e sappiamo tutti come è finita.

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