Harry e il lavoro, parla Fulvio Abbate: “Perché lo trovo rivoluzionario”

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“Lasciate il lavoro se non vi dà gioia”. Lo ha detto il principe Harry durante l’intervista a Fast Company Magazine, nell’ambito del suo lavoro per BetterUp, startup di life coaching. “Molte persone, ovunque nel mondo, sono rimaste bloccate in lavori che non hanno portato loro gioia, e ora mettono al primo posto la loro salute mentale e la loro felicità. Questa è una cosa da celebrare”.  Un invito quello del duca di Sussex che non tutti hanno apprezzato, nel momento in cui la crisi occupazionale è alle stelle e rinunciare ad un lavoro, per quanto non soddisfacente, non è proprio il massimo. Lui del resto si è potuto permettere di lasciare la corte reale inglese avendo tutte le opportunità per sopravvivere. Ma altri le avrebbero comunque seguendo il suo consiglio e lasciando un lavoro che non piace ma che è comunque retribuito? E quando non si ha più uno stipendio per sopravvivere, come si può essere felici? Ne abbiamo parlato con lo scrittore Fulvio Abbate.

Cosa pensa del principe Harry? Il suo messaggio in un momento come questo è opportuno o piuttosto pericoloso?

“Il principe Harry ha assunto un ruolo per certi versi simile a quello del mio amico Lapo Elkann, quello cioè di ambasciatore di una dimensione che definirei post new age. Quindi nonostante i suoi agi penso che abbia tutto il diritto di indicare un orizzonte capace di andare oltre il concetto riassunto nella triologia ‘nasci-lavora-crepa’. Non possiamo imputargli il suo status o le sue opportunità per demonizzare ciò che ha detto”.

Però non possiamo neanche dimenticare che lui non è uno qualunque, lui alla fine si è potuto permettere di lasciare la famiglia reale senza grandi rischi. Ma quante persone non hanno le sue stesse opportunità?

“Certo, ma al di là di questo gli va riconosciuto il merito di manifestare un pensiero che va oltre quell’ideologia dominante che si è andata affermando a partire dagli anni ottanta, ovvero quella dello yuppismo, del giovane audace, brillante, rampante e di successo che mette il lavoro avanti a tutto come fosse l’unica ragione di vita e rinunciando a tutto il resto. In questo senso sinceramente mi sento di apprezzarlo”.

Ma è consigliabile lasciare un posto di lavoro che non piace di fronte alla crisi di occupazione che c’è nel mondo?

“Il lavoro, come ha spiegato anche Marx, spesso è alienato, cioè produce alienazione. Ancora di più in un momento come quello che stiamo vivendo con un virus che ci sta assediando e che ci costringe pure a lavorare da remoto. Quindi la prima cosa da fare è salvare la nostra gratificazione, che è cosa diversa dalla felicità. Poi è evidente che esiste un problema legato all’assenza di opportunità lavorative, ma la vita è fatta anche di scelte e di sfide. Insomma, per stare bene vale anche la pena rischiare. Se il costo umano che si sta pagando è altissimo, ben venga lasciare un lavoro che non ci gratifica minimamente. E se son rose fioriranno”.

Ma è credibile Harry come maestro di vita o in questo caso come psicologo? 

“Non si tratta di essere un maestro di vita. Ci troviamo di fronte ad un ragazzo che ha sofferto, con un’infanzia e un’adolescenza difficili, e che ha mostrato tutta la sua fragilità. Non possiamo incolparlo per essere nato nella casa reale inglese dove ha sempre regnato l’ipocrisia in nome della ragion di Stato. E non credo nemmeno che dietro tutto questo ci sia per forza la moglie”.

Non pensa che con questa sua ultima uscita sia invece caduta l’idea di Harry come “mito progressista” nata in seguito alla sua ribellione in seno alla famiglia?

“Non è un progressista. Lui è semplicemente una persona che pone il principio del piacere in luogo del principio di realtà. E’ come nella favole, dove la principessa sposa il giornalista. Uno dei tanti film con Julia Roberts per intenderci. Questo lo scenario”.

Ma la vita non è un film. Quando poi si torna alla realtà, il risveglio non rischia di essere brusco?

“Uno dei miei slogan è proprio ‘abbasso la realtà’, perché la realtà va trascesa. Se noi comfidiamo soltanto nella realtà impediamo di fatto alle cose di poter mutare. Abbiamo anche l’obbligo di sognare se vogliamo migliorare la realtà”.

Stiamo tornando all’immaginazione al potere?

“Non proprio, perché in questo caso l’immaginazione prescinde dal potere. Anzi, si accetta l’immaginazione rifiutando il potere. E’ accaduto anche in passato che un re inglese preferisse una donna al trono. Lasciamo stare che quel re fosse filo nazista e lei Wallis Simpson una spia tedesca, ma si può benissimo rinunciare ad un trono per inseguire un proprio desiderio. E beato chi ha il coraggio di farlo”.

 

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