Germania. Il governo “semaforo” può convenire all’Italia, per tre validi motivi

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Parliamoci chiaro e senza ipocrisie “europeiste”: a noi italiani, della nascita in Germania del governo guidato da Olaf Scholz, interessa principalmente per l’aspetto della possibile discontinuità con il rigorismo dell’era Merkel. «Ora la grande sfida è quella economica e sociale collegata al Covid », ha detto, mercoledì 8 dicembre, il nuovo leader tedesco in risposta agli auguri di buon lavoro da parte di Angela.

Al Bundestag, il suo governo “semaforo” (rosso, verde e giallo sono, ciascuno, il colore simbolo di ognuno dei 3 partiti della nuova maggioranza) ha ottenuto 395 voti su 707.
La “sfida” annunciata dal neocancelliare, se trasferita a Bruxelles, potrebbe favorire il nostro obiettivo di risalita del Pil. Per quest’anno mettiamo in cassaforte un +6,3. Per il prossimo ci aspettiamo un +4,7. Ma la vera scommessa è un segno “più” anche negli anni successivi. Certo, è amaro rilevare che il nostro benessere dipenda in buona parte dalle scelte di un governo straniero, seppur di un paese guida come la Germania. Ma così stanno le cose, almeno finché non si riesce a riformare i trattati europei.

Dobbiamo solo sperare che le parole di Scholz non siano pura facciata, nel senso che non si torni all’austerità pre-Covid. Perché, se così malauguratamente fosse e se Berlino premesse affinché l’Ue tornasse al canone dell’austerità, queste nostre previsioni di crescita ripiomberebbero nel mondo delle pie illusioni.
L’”uomo nero” che potrebbe spezzare i nostri sogni è Christian Lindner, il capo dei liberali. Ha conquistato lo strategico ministero delle Finanze. In campagna elettorale ha predicato il verbo ordoliberista proponendo il ritorno a rigide regole di bilancio.

Però ci sono tre motivi per essere ottimisti. Primo: l’accordo di coalizione germanico prevede che il «Patto di Stabilità deve garantire la crescita» e che la «flessibilità» serve a favorire «sviluppo». C’è l’impegno per 10 anni di investimenti pubblici nell’«agenda climatica e nella digitalizzazione». Tutto ciò è incompatibile con il ritorno all’austerità.
Un secondo motivo di fiducia è il fatto che Draghi e Macron hanno immaginato, nel loro recente incontro romano, un nuovo Patto di Stabilità per favorire investimenti e crescita. E l’inedito asse Roma-Parigi non può essere ignorato da Berlino.
Ma il terzo e più grande motivo di speranza arriva dalle dimissioni, in ottobre, del superfalco Jens Weidmann dalla carica di presidente della Bundesbank. Il tetro banchiere di Francoforte ha probabilmente capito che a Berlino sta cambiando il clima. E ha fatto le valigie.

Si tratta di previsioni fondate o di ingenui auspici? Il futuro, si sa, è in grembo a Giove. E tutto può sempre accadere. Però l’aria che arriva in questi giorni da Berlino ci consente almeno di mangiare il panettone con più serenità rispetto agli ultimi anni. E scusate se è poco. Di questi tempi.

Aldo Di Lello

 

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