Ci vuole un bel coraggio, in Italia, a dirsi conservatori. Due parole alla Meloni

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La Meloni ha sdoganato il conservatorismo. Ma aspettiamo di saperne di più.

Ci vuole un bel coraggio, in Italia, a dirsi conservatori. È un termine che non piace a sinistra, come è ovvio, ma che risulta sgradito anche a destra, fatto meno ovvio, ancorché spiegabile pensando alla passata egemonia ideologico-semantica della sinistra. “Conservatore”, nell’accezione comune, sa di “retrogrado”, “vecchio”, “polveroso” e quant’altro dia l’idea dell’immobilismo sociale. In realtà, “conservatore” dovrebbe essere inteso innanzi tutto come un termine legato all’istinto vitale perché rimanda all’autoconservazione della specie e dell’esistenza umana. Il che, tradotto nella sfera pubblica, vuol dire cura per il mantenimento dell’identità di una società.

Va dato atto a Giorgia Meloni di aver sdoganato in Italia questa parola ingiustamente aborrita. Lo ha fatto intitolando proprio ai conservatori l’ultima edizione di Atreju, l’annuale “salotto” di FdI che si è recentemente svolto a Roma.

È bene comunque togliere la tara a questa operazione, tara consistente nell’interesse meloniano a non essere più accusata di sotterranee pulsioni neofasciste nonché ad accreditarsi come soggetto di rango nel gran gioco del Quirinale. Del resto, la leader di FdI deve pure far valere anche in Italia la prestigiosa carica di presidente dei conservatori europei ottenuta qualche mese fa.

Gratificati i soliti rompiscatole abituati a pensar male, vale la pena comunque sottolineare che l’iniziativa di Giorgia sembra andare al di là della convenienza immediata proponendosi di costruire una “casa” dei conservatori italiani.

Se questa casa sarà un edificio in muratura o un prefabbricato destinato alla rimozione quando cambierà la stagione politica è presto per dirlo. È però lecito a questo punto chiedere alla Meloni qualcosa di più in merito a cultura, princìpi e, soprattutto, obiettivi di questa costituenda aggregazione politica. Quello che al momento ne sappiamo è infatti ancora troppo generico. La leader di FdI ha dichiarato ad esempio, in una intervista uscita oggi sul “Corriere della Sera”, che intende fare appello a coloro che vengono dal «mondo liberale o cattolico» e che si sentono «alternativi» alla sinistra.

Vale la pena ricordare che non basta indicare un avversario per fondare una proposta politica. Occorre anche individuare un’idea di Paese da ricostruire, sia nelle istituzioni sia nell’economia sia nei princìpi etico-culturali. E, se è così, è consapevole la Meloni che la storia di questi ultimi anni ha portato alla rottura dell’alleanza tra liberali e conservatori proprio perché, in nome di un’idea estrema (ed egemone) di liberalismo, è avvenuta la destrutturazione della nostra società, a partire dall’idea di Stato, di garanzie sociali, di famiglia e di quant’altro tiene unite una collettività e una nazione?

È capace, la Meloni, di sciogliere questi nodi? Da qui si parrà la sua nobilitate di aspirante federatrice di un polo che ancora non c’è.

di Aldo Di Lello

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