Stato d’emergenza fino a marzo e sul Colle la partita si complica

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Contrariamente ai rumors di palazzo che descrivevano appena due giorni fa un Mario Draghi poco propenso a prorogare lo stato di emergenza oltre il 31 dicembre 2021 per non compromettere la sua scalata al Quirinale, ieri invece è arrivato il colpo di scena; non soltanto la proroga c’è stata ma addirittura fino al 31 marzo, quindi ben oltre l’elezione del nuovo Capo dello Stato.

A leggere le cronache sembrerebbe che la decisione si sia resa inevitabile per due motivi: innanzitutto per mantenere in vita e in attività la struttura commissariale guidata dal generale Figliuolo che sta operando proprio perché siamo in emergenza, e in secondo per non far decadere dal primo gennaio la validità del super green pass, che è una misura eccezionale giustificata proprio dalla permanenza dello stato di emergenza. Si sarebbe dunque creato un vuoto normativo, visto che il decreto del governo ne fissa la durata fino al 15 gennaio, con possibilità di proroga se la situazione dei contagi dovesse destare allarme come da più parti si teme.

Ma perché è stata scelta la data del 31 marzo? Anche qui la motivazione è puramente tecnica. Lo stato d’emergenza può durare al massimo 24 mesi e può essere prorogato per un solo anno. Quindi scaduto il termine del 31 gennaio 2022 la legge stabilisce la possibilità di una proroga di soli due mesi, dopo di che servirà un voto del Parlamento per poter eventualmente andare oltre i due anni. Ma il governo è certo che per il 31 marzo l’emergenza sarà finita e le competenze potranno tornare alla Protezione Civile. 

Una scelta quella di Draghi legata dunque a ragioni di carattere tecnico e normativo che però comporterà anche delle ripercussioni politiche. Come potrà il premier mollare tutto a febbraio per salire al Colle con l’emergenza ancora in corso? Se fino ad oggi i partiti imploravano il premier di non muoversi da Palazzo Chigi, adesso avranno il pretesto per non proporre la sua candidatura obbligandolo a rimanere dov’è fino al 2023 scongiurando così anche il rischio di elezioni anticipate. Draghi avrà valutato questa controindicazione? Probabilmente sì e avrà pure messo in conto di aver offerto su un piatto d’argento ai partiti l’alibi per non candidarlo in nome dei supremi interessi del Paese. Ma visto che trovare un candidato condiviso sarà molto difficile nonostante le speranze di Berlusconi, non è escluso che alla fine l’impossibilità di Draghi a spostarsi possa spingere il presidente Mattarella a rivedere la sua contrarietà ad un bis, magari a termine, fino al 2023 quando chiusa la legislatura ed eletto il nuovo Parlamento saranno maturi i tempi per eleggere l’ex presidente Bce.  Finora da parte del Capo dello Stato resta un deciso No, ma il 31 dicembre ci sarà il discorso di fine anno e lì si capirà se sarà davvero l’ultimo di Mattarella o se l’emergenza pandemica lo spingerà ad un ripensamento. Del resto il precedente di Napolitano può fare scuola.

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