La lezione di Antonio Socci su papa Francesco

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Lo ammetto, quando ho letto l’articolo di Antonio Socci che in pratica ha rivalutato il suo giudizio critico su papa Francesco, caratterizzato in questi anni da toni molto aspri, a tratti anche irriverenti, sono rimasto sul principio sconcertato. E la prima domanda che mi sono posto è stata la seguente: perché lo ha fatto? Cosa lo ha spinto? Cosa c’è dietro? La dietrologia è istintivamente il primo pensiero, poi però con un’attenta lettura del testo e una più serena valutazione, libera dai pregiudizi del primo impatto, mi sono trovato io stesso a riflettere con la mia coscienza. Perché anche io mi sono spesso occupato in questi anni di papa Francesco, ho pubblicato due libri sul suo pontificato, e non ho mancato di esprimere giudizi critici su alcune scelte che il pontefice ha fatto, per me molto discutibili.

In questi giorni poi mi ha positivamente colpito anche un intervento del teologo domenicano Giovanni Cavalcoli (autore di alcuni interessanti libri molto critici sul pensiero e l’opera del gesuita Karl Rahner ispiratore della moderna svolta antropologica in teologia), che nell’esprimere apprezzamento per la svolta di Socci ha messo in luce un aspetto che è stato spesso alla base del mio scetticismo nei confronti di papa Bergoglio.

Cavalcoli scrive: “Laddove il Papa incontra difficoltà è il metter pace e concordia nella Chiesa. Francesco infatti è ostacolato da due forze estremistiche opposte, che da 60 anni stanno dividendo la Chiesa: da una parte una forza sedicente progressista, ma in realtà modernista, che ha acquistato un enorme potere nella Chiesa, perchè diffusa anche tra i vescovi e cardinali. Questi tali fingono di essere amici del Papa, ma in realtà lo strumentalizzano utilizzando certe sue frasi o scelte che sembrano dar loro ragione. E con questa corrente il Papa è troppo indulgente. Essa si presenta come continuatrice della riforma conciliare, che invece interpreta in senso modernista. D’altra parte abbiamo l’accanito drappello della galassia ultratradizionalista, apertamente nemica del Papa, che egli per la verità, tratta con troppa durezza. Questa corrente addebita al Concilio la colpa di aver avviato l’attuale ripresa di modernismo accusando ingiustamente il Concilio e i Papi del postconcilio di aver favorito il modernismo. Tra questi ci sono coloro che sostengono che il vero Papa non è Francesco, ma Benedetto”.

Ecco, il nocciolo della questione sta proprio in questo, e il padre Cavalcoli lo ha colto in pieno.
Chi scrive ha spesso visto in Francesco un papa troppo progressista, troppo ispirato alla teologia di Rahner e al suo “cristianesimo anonimo”, percependolo a volte anche come un demolitore della dottrina e della tradizione: quando per esempio ha convocato i sinodi sulla Famiglia e sull’Amazzonia con tanto di esaltazione della paganissima Pachamama portata in processione dentro la basilica di San Pietro; quando ha espresso parole di ammirazione per figure molto lontane dalla Chiesa e imbevute di ideologia laicista (Emma Bonino, Obama); quando ha riabilitato sacerdoti molto controversi e problematici dal punto di vista dottrinale, come don Lorenzo Milani, don Primo Mazzolari, il vescovo brasiliano Helder Camara, monsignor Tonino Bello, espressioni di un cattolicesimo molto modernista e contaminato di ideologia marxista. Quando ancora si è mostrato accondiscendente con i sacerdoti che promuovono il matrimonio fra persone dello stesso sesso, colpendo invece duramente quelli che, fedeli al motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI, praticano  la riscoperta dell’antica messa tridentina. E dulcis in fundo mi ha ferito molto vedere Francesco dare molta importanza al dialogo con le altre religioni, con tanto di attestati di benevolenza e riabilitazione nei confronti di Lutero, e tracciare un solco profondo invece con gli ambienti del tradizionalismo cattolico duramente colpiti dal recente motu proprio Traditionis custodes, che ha di fatto vanificato i tentativi di pacificazione di papa Benedetto.

Ma forse, troppo presi a vedere soltanto le ombre, ci sono sfuggiti altri aspetti che invece avrebbero meritato attenzione. E fra questi, il fatto che sui temi etici nulla è mutato con il pontificato di Francesco, se non forse nel fatto che non si è percepita più quell’attenzione quasi “ossessiva” (in senso positivo s’intende) che si respirava ai tempi di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI.

E per esempio non ci siamo accorti che il Ddl Zan sull’omotransfobia è stato affossato anche grazie all’intervento della Chiesa, guidata da un papa che non ha avuto paura di spalancare le porte alle persone gay, ma ribadendo che “l’ideologia gender è diabolica, è pericolosa, perché è astratta rispetto alla vita concreta di una persona, come se una persona potesse decidere astrattamente a piacimento se e quando essere uomo o donna”. Un papa che non ha impedito alla segreteria di Stato di intervenire nella discussione in corso in Parlamento, invocando il rispetto di alcuni articoli del Concordato fra Stato e Chiesa, che rischiavano di essere trasgrediti in caso di approvazione del Ddl. E non è stato certo un caso se dopo l’intervento del Vaticano, molti parlamentari cattolici hanno cambiato idea contribuendo ad affossare una legge inutile e pericolosa.

E anche contro l’eutanasia e l’aborto la voce di papa Francesco si è levata alta, con parole molto forti e che non lasciano spazio ad ambiguità di sorta. Mentre si raccoglievano le firme per un referendum volto a legalizzare l’eutanasia, Francesco tuonava contro la “cultura dello scarto. “Ciò che è inutile viene scartato. I vecchi sono materiale usa e getta: sono una seccatura. Anche i malati terminali; anche i bambini indesiderati e vengono mandati al mittente prima di nascere”.

Papa Francesco, perfettamente in linea con i suoi predecessori, è stato sempre molto categorico su questo punto. La lettera della Congregazione per la Dottrina della fede intitolata “Samaritanus bonus”approvata dal papa, ribadisce la condanna verso ogni forma eutanasica e di suicidio assistito. In essa si legge: “La Chiesa è contraria all’accanimento terapeutico, ma ribadisce come insegnamento definitivo che l’eutanasia è un crimine contro la vita umana. Qualsiasi cooperazione formale o materiale immediata ad un tale atto è un peccato grave che nessuna autorità può legittimamente imporre o permettere”.

Sull’aborto ha detto: “Di fronte a una vita umana mi pongo due domande: è lecito eliminare una vita umana per risolvere un problema? È giusto assumere un sicario per risolvere un problema? Con questo noi rinneghiamo la speranza: la speranza dei bimbi che ci portano la vita che ci fa andare avanti e la speranza che è nelle radici che ci danno gli anziani. Scartiamo ambedue. E poi, quello scarto di tutti i giorni, che è la vita scartata. Stiamo attenti a questa cultura dello scarto”.
Un papa dunque che sui principi etici ha mantenuto la bussola saldamente ancorata alla dottrina.

Poi certo, su altre questioni, immigrazione, emergenza climatica, pandemia, le posizioni del pontefice argentino spesso sono apparse troppo di parte e appiattite su una visione globalista e radical chic, tipica di quel mondo laicista che vorrebbe cambiare l’agenda dell’umanità uniformandola alle proprie convinzioni e alle proprie logiche economiche e sociali.

Ma a parte ciò, per la Chiesa l’unico matrimonio possibile resta quello fra uomo e donna e i figli devono crescere con il padre e la madre; l’aborto resta un omicidio, l’eutanasia un crimine contro l’umanità, l’ideologia gender “espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa”, il divorzio una sconfitta e un male da evitare, e questo nonostante i tentativi dei cattolici progressisti e del mondo radicale di tirare il papa per la giacchetta e arruolarlo nelle loro file.

Socci scrive: “Spazzando via tanti dettagli secondari bisogna riconoscere che la cifra originaria di questo papato è molto bella e delinea l’unico grande compito della Chiesa del III millennio cristiano. Si potrebbe sintetizzare così: Dio ha pietà di tutti e si è fatto uomo per venire a cercarci, uno per uno, per salvarci, pagando lui stesso sulla croce il riscatto per ognuno di noi, che pure non lo abbiamo meritato. Mi pare il movente profondo dell’attuale pontificato”.

E se fosse davvero così? In fondo neanche Gesù era compreso ai suoi tempi quando andava nelle case dei pubblicani, salvava le adultere dalla lapidazione, banchettava con i pubblici peccatori scandalizzando gli scribi e i farisei.

E non è forse vero, come sostiene sempre Socci, che Bergoglio “non ama avere tifosi”? Se li avesse cercati davvero che convenienza avrebbe avuto ad adottare misure molto dure contro suoi accesi sostenitori, come l’ex priore di Bose Enzo Bianchi per esempio, o i vertici di Comunione e Liberazione e di altri movimenti ecclesiali, rimossi per le loro smanie di leadership? Misure discutibili, ma che in effetti stanno a testimoniare come Bergoglio abbia tutto da perdere e nulla da guadagnare da certe scelte impopolari.

In conclusione dunque, forse tutti noi, bergogliani e antibergogliani, dovremmo smetterla di analizzare questo pontificato con gli occhiali del pregiudizio: gli uni strumentalizzando ciò che dice il papa per farne un falso testimonial di battaglie moderniste, gli altri criticando a prescindere tutto ciò che fa o dice, come se dalla sua bocca potesse uscire soltanto il veleno e dalle sue azioni soltanto il male. Forse è questa la grande lezione da cogliere nella svolta di Socci.

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