Quirinale. L’inganno del “mai un uomo di parte” o del “presidente patriota”

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Si fanno sempre più serrati e stringenti i giochi per il Quirinale. Nomi che vanno e che vengono, puzzle nascosti e palesi, strategie per costruire e sparigliare.

Il tempo stringe. Per ora sulla carta, l’unico nome “sceso in campo” è quello di Berlusconi. Il Cavaliere vorrebbe chiudere la sua carriera con questo scatto, con questo blasonato salto di qualità. Per ora, ha incassato solo il sì di Salvini e della Meloni, un consenso, tra l’altro, opaco che nasconde altre possibilità: essere centrali nella partita con tutti gli altri interlocutori e, specialmente per quanto riguarda il Capitano, liberarsi del tappo e viatico storico del centro-destra (chi entra papa in Conclave esce cardinale), risolvendo anche la questione-Draghi, senza avere la responsabilità di aver fatto cadere il governo. E magari andando al voto accontentando Fdi.

Strategie incrociate che hanno portato Conte, prima a non chiudere subito al Cavaliere (per rispondere all’apertura di Arcore sul reddito di cittadinanza), poi, proprio ieri, a concordare con Letta un’ipotesi alternativa (“mai un uomo di parte”), bocciando di fatto il capo degli azzurri.

Affrontiamo il tema movendo da due parole-chiave. Il segretario dem ha detto che al Colle deve andare, come da storia repubblicana, un arbitro, un uomo super partes, non un capo politico o di partito. E Conte gli è andato dietro, per rinnovare i fasti e il futuro di un’area riformista da ripensare e rilanciare.

Ma che vuol dire un uomo non di parte? Tutti i capi di Stato sono stati di parte (un conto è la provenienza, sono le modalità della scelta, un conto è l’esercizio costituzionale della sua funzione). Ma tutti i capi di Stato sono stati di parte o di partito: De Nicola ed Einaudi, monarchici e liberali, Gronchi, Segni dc, Saragat, social-democratico, Leone dc, Pertini socialista, Cossiga dc, Scalfaro dc, Ciampi tecnico comunque di area laica, Napolitano pci, Mattarella dc. E, a loro modo sono stati un po’ arbitri e un po’ capitani. Diverso, invece, il discorso del patto o dell’accordo che ha preceduto la loro scelta (mediazione più o meno trasversale).

Quindi, Letta, quando parla di uomo non di parte, mente sapendo di mentire. Pensa unicamente di togliere il boccino della decisione dalle mani del centro-destra. E intanto, infatti, una cosa l’ha ottenuta. Ha impedito che Conte andasse verso altri lidi.
Seconda parola-chiave, il “presidente patriota”. Presupposto richiesto dalla Meloni. Pure qui: cosa vuol dire essere patriota? Un uomo di destra o un uomo che fa gli interessi della nostra nazione? Ma qui la Costituzione parla chiaro. La si può seguire, tradire o interpretare in tanti modi.

Ad esempio, Mattarella che parteggia apertamente per la Ue e per lo Stato etico sanitario, fa o no gli interessi della patria?
Napolitano che ha guidato l’emergenza politica imponendo governi dall’alto, ha tradito o rispettato la nostra Carta (la sovranità spetta al popolo)? Cossiga che ha picconato la repubblica parlamentare nel nome della repubblica presidenziale, ha tradito o no l’Italia? E via dicendo.
E’ evidente che non se ne esce più. E che quindi la Meloni ha posto una condizione impossibile.

Tanto prevarranno le nomination, i veti incrociati e i franchi tiratori. E alla fine l’uomo del Colle non sarà il migliore, ma il più “giusto” o il più “opportuno”, o il meno “pericoloso” (si legga divisivo). Una strada che fa rimpiangere le monarchie, in primis quelle europee. Meglio una regina Elisabetta, simbolo di unità nazionale, stabilità e continuità delle istituzioni, che presidenti usciti dal cilindro.

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