Conferenza fine anno. Draghi al quadrato. Strategia per il Colle e per Palazzo Chigi

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Decodifichiamo la conferenza di fine anno di Mario Draghi. Un Super-Mario che ha smentito sé stesso, e nello stesso tempo, ha confermato sé stesso, riproducendosi in due “dragoni o draghetti”, nel nome e nel segno della stabilità.

Ma che vuol dire stabilità? Una politica totalmente esautorata, delegittimata e commissariata dai poteri forti economici, tecnocratici e bancari, alleati di Bruxelles, di cui il premier è espressione?
Non è un caso e non a caso, che non vota un italiano su due. Ciò vuol dire che la partecipazione popolare, la sovranità democratica, non esistono più. Sono valori costituzionali desueti, svuotati, privi di significato, da quell’emergenza pandemica e sanitaria, che è diventata il pretesto per costruire la società del futuro: il Grande Fratello, in salsa cinese, lo Stato etico sanitario.

Stabilità politica o stabilità dei poteri forti? Oggi forse le due cose coincidono.
Il premier, ha aggiunto, che qualsiasi maggioranza ci sarà per il Quirinale dovrà essere la stessa che puntellerà il prossimo governo. Come dire, che la convergenza trasversale, il grande centro, che si riconosce ora nel suo esecutivo di tregua, è una formula da riconfermare.
Tradotto, niente boccino in mano al centro-destra, per scegliere il prossimo inquilino del Colle e niente maggioranza governativa parlamentare fino almeno alla scadenza della legislatura.

“Una maggioranza – ha dichiarato con tono curiale e direttoriale – che si spacchi sul presidente della Repubblica e si ricomponga magicamente al momento di sostenere il governo non è cosa immaginabile”.
Un messaggio a tre livelli. La maggioranza parlamentare di cui gode Draghi, deve essere la stessa su cui troverà il consenso il prossimo governo. E ancora: sono gli stessi numeri su cui si deve fondare il consenso alla sua elezione a presidente della Repubblica. E infine, il suo successore a Palazzo Chigi deve essere un uomo di sua fiducia che prosegua la strategia vaccinale ed economica, legata al Recovery Plan (“e per questo non ha importanza chi lo guiderà”).

Un’opera alchemica, infatti, che ha avuto il sigillo di Draghi e che può benissimo continuare senza di lui, con un suo uomo (Franco?).
Insomma, un Draghi che si eterna, ripartendosi in due draghetti o dragoni: Draghi presidente, vice-Draghi al governo.
Resta da vedere quale sarà la reazione dei partiti. Si rassegneranno al ruolo di comprimari o torneranno ad essere protagonisti?

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