Allarme esercenti: con Omicron è lockdown di fatto, siamo tornati al 2020

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Per carità, non chiamatelo lockdown. Le strade del centro di Roma sono deserte, i locali della movida milanese abbassano le saracinesche alle dieci di sera, nei musei di Venezia si avvistano solo i guardiani che malinconicamente passeggiano per le sale vuote, i ristoranti chiudono con la scusa di lavori di ristrutturazione che servono solo a nascondere l’assenza quasi totale di clienti.

Non sarà un lockdown, ma l’effetto è lo stesso; anche se molto meno letale la variante Omicron ha imposto una tassa durissima sulle attività economiche di tutto il paese, perché tra allarmi e quarantene più o meno forzate i cittadini sono stati indotti a rintanarsi in casa, riducendo al minimo viaggi e spostamenti e tutti i consumi che a questi si accompagnano. Se nei due anni passati l’emergenza è stata gestita con i ristori garantiti dal governo Conte e inizialmente confermati dal governo Draghi, nel 2022 la situazione rischia di diventare catastrofica perché i sussidi statali sono stati ridotti al minimo.

Il primo campanello d’allarme l’aveva suonato qualche giorno fa il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli, che forte di un sondaggio effettuato nella provincia di Milano aveva denunciato che il 72% degli esercenti aveva lamentato un calo dei clienti, soprattutto a causa dello smart working che tiene i lavoratori al sicuro in casa ma pure lontani da bar, ristoranti e negozi. La Fiepet-Confesercenti di Roma aveva rincarato la dose stimando che ben 600 attività commerciali sono chiuse in città perché il personale costretto in casa per le quarantene rendeva impossibile la normale apertura. Alcuni locali intorno a Palazzo Chigi e Montecitorio erano arrivati a prolungare la chiusura natalizia fino al 24 gennaio perché “tanto finché i parlamentari non ricompaiono per votare il nuovo capo dello Stato da queste parti non passa nessuno”.

Ma la situazione italiana non è molto diversa da quella vissuta nel resto d’Europa, o negli Stati Uniti. In America gli analisti si aspettano che a gennaio venga certificato il primo calo mensile dell’occupazione da più di un anno, mentre le vendite al dettaglio e la produzione manifatturiera sono già calate a dicembre, quando Omicron aveva appena iniziato a mordere. Meno posti di lavoro significa più risparmio e meno consumi da parte delle famiglie, il che di solito conduce se non altro a un abbassamento dei prezzi, reso però impossibile dell’aumento del costo delle materie prime (e infatti l’inflazione è l’unico dato economico che in questi giorni mantiene un indiscutibile segno positivo). L’esito finale di questo scenario potrebbe essere la temuta stagflazione, difficile da combattere anche perché le casse statali di tutti i paesi – non parliamo poi di quelli iper-indebitati come l’Italia – sono allo stremo dopo aver drenato risorse a favore delle imprese per ben due anni.

Le Borse, che di solito sono veloci a fiutare il vento (e a farsi prendere dal panico) hanno già certificato il cambiamento con una serie di tonfi: ieri Piazza Affari è stata la peggiore chiudendo con un -4,02%, ma in tutto il vecchio continente si sono registrate perdite tra il 3 e il 4%. Se Omicron non sparirà veloce come è comparsa c’è il serio rischio che alle decine di migliaia di attività chiuse durante la prima ondata della crisi Covid se ne aggiungeranno altrettante, e stavolta sarà difficile che i nostri piccoli imprenditori trovino le forze per ricominciare da capo. Speriamo che a Palazzo Chigi ci si stia concentrando su questi problemi, invece di perdere tempo con improbabili raccolte voti per traslocare armi e bagagli al Quirinale.

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