Benedetto XVI, nuove prove sul complotto modernista

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Avevamo evidenziato nei giorni scorsi come dentro e fuori il Vaticano, fosse ormai maturata la convinzione che l’attacco a Benedetto XVI contenuto nel rapporto sulla pedofilia commissionato dall’arcidiocesi di Monaco di Baviera, con l’accusa di aver coperto quattro casi di abusi avvenuti all’epoca in cui era arcivescovo (1977-1982), nascondesse un tentativo di discredito del Papa emerito da parte dell’episcopato modernista tedesco. (LEGGI QUI)

In questi giorni ci sono stati degli sviluppi interessanti. In primo luogo è arrivata la presa di posizione della Santa Sede in difesa di Benedetto, che mette a tacere le polemiche dei “ratzingeriani” che hanno accusato papa Francesco di aver abbandonato il suo predecessore al massacro mediatico. La difesa è contenuta in un’editoriale firmato da Andrea Tornielli, direttore editoriale del Dicastero per la comunicazione e pubblicato in prima pagina sull’Osservatore Romano.

Scrive Tornielli: «Non si può dimenticare che Ratzinger, il quale già da prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede aveva combattuto il fenomeno nell’ultima fase del pontificato di san Giovanni Paolo II di cui era stato stretto collaboratore, una volta diventato Papa ha promulgato norme durissime contro gli abusatori clericali, vere e proprie leggi speciali per contrastare la pedofilia. Inoltre ha testimoniato, con il suo esempio concreto, l’urgenza di quel cambiamento di mentalità così importante per contrastare il fenomeno degli abusi: l’ascolto e la vicinanza alle vittime a cui va sempre chiesto perdono. I bambini abusati e i loro parenti, invece di essere considerati persone ferite da accogliere e accompagnare con percorsi di guarigione, sono stati tenuti a distanza. E spesso purtroppo sono stati allontanati e persino additati come “nemici” della Chiesa e del suo buon nome».

Tornielli ricorda che «è stato proprio Joseph Ratzinger il primo Papa ad incontrare più volte le vittime di abuso durante i suoi viaggi apostolici. Ed è stato sempre Benedetto XVI  anche contro l’opinione di tanti sedicenti “ratzingeriani”, a proporre, nel mezzo della bufera degli scandali in Irlanda e in Germania, il volto di una Chiesa penitenziale, che si umilia nel chiedere perdono, che prova sgomento, rimorso, dolore, compassione e vicinanza. Tanto che sul volo che lo portava a Lisbona, nel maggio 2010, lo stesso Benedetto XVI riconobbe che le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa». Una difesa dunque chiara del Papa emerito da parte dell’organo ufficiale della Santa Sede che non può non aver trovato d’accordo lo stesso papa Francesco. 

Tuttavia se più indizi fanno una prova, ecco che l’attacco modernista contro Ratzinger da parte del clero tedesco sembra concretizzarsi ogni giorno di più. Il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga, lo stesso che ha commissionato l’indagine sulla pedofilia allo studio legale Westpfahl Spilker Wastl, è tornato in queste ore a chiedere perdono alle vittime degli abusi (circa 500 fra il 1945 e il 2019), in particolare per due casi che, secondo quanto emerso dal rapporto, avrebbe lui stesso gestito male. Va ricordato che il cardinale già nei mesi scorsi aveva presentato le dimissioni a papa Francesco che però le aveva respinte. Ora torna a dichiarare di volersi assumere le sue responsabilità, ma smentisce di volersi dimettere di nuovo. Ha detto di essere disposto a rimanere alla guida della diocesi, «anche in vista dei prossimi passi che bisogna compiere per un’elaborazione più affidabile, nel segno di una maggiore attenzione verso le vittime e per una riforma della Chiesa».

Ma nel frattempo, prendendo spunto dalla correzione di rotta di Ratzinger, che dopo aver negato di aver partecipato alla riunione dove si è deciso il destino di un prete accusato di abusi sessuali nella diocesi di Essen e poi trasferito a Monaco, ha poi ammesso di essere stato presente, Marx dichiara: “Io accetto che lui interpreti i fatti diversamente su questo punto, che se ne dispiaccia, e penso che lui si esprimerà di nuovo su tutta la questione. Questa sarebbe una cosa positiva e io la vedrei positivamente”.

Dichiarazione molto ambigua che appare come un’accusa mascherata. Ma forse ci si dimentica che Ratzinger ha 94 anni e la riunione incriminata si è svolta nel 1980. Il Papa emerito ha ricordato sì di essere stato presente all’incontro, ma ha altresì ribadito che in quella sede fu soltanto stabilito di prendere in carico quel prete per affidarlo ad un percorso terapeutico, e non per affidargli un servizio in una parrocchia. Insomma all’anziano Ratzinger non si perdona la possibilità che a distanza di oltre quarant’anni e alla veneranda età di 94 anni, possa confondere fatti e circostanze o magari non ricordare nei dettagli una particolare vicenda. E Marx sembra lasciar intendere che molte altre cose Benedetto “dovrebbe”correggere. 

In secondo luogo, è forse casuale che proprio nei giorni dello scandalo contro Benedetto si sia verificato sempre in Germania un coming out collettivo da parte di circa cento soggetti  fra preti, suore, monaci, insegnanti di religione, medici e infermieri impiegati nelle strutture cattoliche che sono usciti allo scoperto dichiarando la propria omosessualità? Una protesta che segue quella altrettanto clamorosa dei cento e passa sacerdoti che nel maggio scorso benedirono in pubblico le coppie gay. Appare ovvio il tentativo di forzare la mano a papa Francesco per obbligarlo a cedere sulle richieste dell’episcopato tedesco concedendo la convocazione del Sinodo speciale della Chiesa in Germania e le riforme dottrinali che stanno chiedendo da tempo; riconoscimento delle coppie gay e delle unioni di fatto, abolizione del celibato sacerdotale, ordinazione delle donne prete.

Ma per ottenere questo deve essere abbattuto in ogni modo l’ultimo, indistruttibile baluardo della dottrina, che guarda caso è proprio Benedetto XVI, che continua a richiamare la Chiesa al rispetto della fede e del Vangelo. E papa Francesco negli ultimi anni ha chiaramente dimostrato di tenere in considerazione i suggerimenti del suo predecessore se è vero che, pur mostrandosi aperto e disponibile al confronto e accogliente con tutti, non ha però ceduto su quelli che sono i principi irrinunciabili. E’ proprio questo che non va giù ai modernisti che sperano, fatto fuori Ratzinger, di poter costringere il papa a cedere con le prove muscolari e la minaccia di uno scisma. Del resto non è la prima volta che lo fanno. Avvenne già nel febbraio del 2001 quando costrinsero di fatto Giovanni Paolo II a creare cardinale Karl Lehmann che era stato assistente e stretto collaboratore di Karl Rahner e si era espresso più volte in opposizione al magistero di Wojtyla. L’allora pontefice, oggi elevato agli onori degli altari, fu convinto a cedere proprio dietro la minaccia di una protesta dirompente dei vescovi tedeschi che puntarono i piedi al punto da obbligarlo ad accettare Lehmann per non compromettere l’unità della Chiesa. Erano già i primi segnali di una rottura dell’unità ecclessiale e della comunione con Roma che oggi sembra sempre più vicina.   

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