Sanzioni alla Russia, parla Sapelli: “Quanto e come ci costeranno”

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La guerra in Ucraina quali conseguenze avrà dal punto di vista economico? Davvero ci ritroveremo senza gas al punto da dover razionare drasticamente i consumi? Un lockdown energetico quanto è reale? Le prime conseguenze le stiamo già vedendo con il vertiginoso aumento delle bollette, ma sarà soltanto l’inizio? Ne abbiamo parlato con l’economista e storico della politica economica Giulio Sapelli professore ordinario di Storia economica all’Università degli Studi di Milano.

Professore, quali conseguenze avrà la guerra in Ucraina sulla nostra economia?

“Trattandosi della Russia le conseguenze saranno soprattutto a livello energetico tanto è vero che il governo ha annunciato una sorta di controllo sulla produzione di energia elettrica e un ritorno alle fonti carbonifere. Si tratta ovviamente di provvedimenti temporanei, ma sa benissimo che la temporaneità è destinata a durare fin quando la situazione non si sarà normalizzata. I tempi quindi sono incerti. Poi inevitabilmente avremo a che fare con le oscillazioni della borsa e con la scarsità di rifornimenti da e verso la Russia, situazione del resto già aggravata logisticamente dalla pandemia”.

Quanto le sanzioni che l’Europa ha imposto contro Mosca si ripercuoteranno anche contro di noi?

“Le sanzioni energetiche saranno molto pesanti, poi ci saranno anche problemi per le industrie visto che siamo più esportatori che importatori verso la Russia. Penso si renderà necessario negoziare con le banche, nulla è ancora deciso, tutto dipenderà da come verranno applicate certe misure. Auguriamoci che le trattative in corso fra Mosca e Kiev vadano a buon fine. Inutile fare allarmismo prima del tempo. La situazione è seria, ma ancora recuperabile”.

Secondo la sua esperienza di economista, è giusta la strada delle sanzioni per punire Putin? Si evitano le armi, ma quanto l’economia può essere altrettanto letale?

“Un tempo la sanzione economica era l’extrema ratio, adesso mi pare se ne stia facendo un uso troppo affrettato, anche ideologico più che militare. Ci andrei più cauto sinceramente. Anche perché le sanzioni alla fine colpiscono i civili”.

Quanto è concreto il rischio di un lockdown energetico, con i cittadini costretti a misure di austerità?

“Se le cose non si risolveranno per il meglio va messo in conto certamente l’inizio di una serie di blackout energetici. Tenga conto che il blackout energetico è arrivato un anno fa anche in Texas a causa di un abbassamento delle temperature; in quel caso si è data la colpa alle fonti rinnovabili dicendo che aver puntato sull’eolico e il solare ha esposto il Paese ad un rischio maggiore di blackout legato alle condizioni climatiche. Il gas e il petrolio da noi sono fonti energetiche primarie, senza di esse non si fa nulla, è ovvio che la gente se verranno a mancare queste fonti sarà costretta a fare economia. L’energia elettrica del resto non è una fonte, ma un vettore. Anche per aprire l’acqua nei condomini ci serve l’energia. Cambierà molto questo orizzonte green, un po’ di blackout farà diventare le persone più sagge e forse anche i capi di governo”.

Intanto il premier Draghi ha annunciato che si renderà necessario riaprire le centrali a carbone. Ma non erano pericolose, nocive per la salute e soprattutto per l’ambiente? Crolla tutta la narrazione ambientalista degli ultimi vent’anni, la lotta ai cambiamenti climatici e la transizione energetica?

“Il primo ministro Draghi ha evidenziato la sua mancanza di capacità tecnica, non mi pare che gli esperti di cui si circonda siano effettivamente tali. Avrebbe fatto meglio ad evitare una dichiarazione del genere destinata a gettare panico nel Paese. Mi pare di avere a che fare con dei dilettanti allo sbaraglio. Su certe questioni il premier è dilettantistico, dovrebbe lasciar fare a chi ne ha le competenze. Abbiamo visto il ministro degli Esteri Di Maio andare in Algeria per cercare altri partner commerciali nel campo energetico, ma credo che non servano proclami ma fatti concreti. Draghi non deve dichiarare, deve fare, non deve nemmeno spaventare ma lavorare e portare risultati”.

Nella guerra in corso, lei pensa che la colpa sia tutta di Putin o che il presidente russo sia stato provocato?

“Ridurre l’analisi delle relazioni internazionali a certe considerazioni per me è una semplice cretinata. Qui nessuno è stato provocato. C’è un dato oggettivo da considerare. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica si sarebbe dovuto siglare un nuovo patto di Yalta e stabilire che nessun Paese confinante con la Russia sarebbe dovuto entrare nell’Europa e nella Nato. Non averlo fatto è stato un grave errore perché in questo modo non si è fatto altro che aumentare l’isolamento della Russia spingendola verso la Cina. Questa è un’analisi seria da fare. Chi dice che Putin è stato provocato evidentemente non ha capito che non è lui il problema, ma il ruolo internazionale della Russia. Qui non siamo di fronte ad uno spettacolo ma ad una crisi di relazioni internazionali. Poi va anche considerato che il regime di Putin si è molto trasformato, non è più dominato dai servizi segreti ma dall’esercito. Non è più in mano a grandi professionisti ma a dei ferrei seguaci di Putin come il ministro della Difesa Šojgu che non ha nessuna preparazione militare essendo un ingegnere. Mi pare che anche nell’analisi della situazione vi sia tanto dilettantismo”.

Quindi lei ritiene un errore far entrare l’Ucraina nella Nato, causa scatenante dell’odierno conflitto?

“L’Ucraina e i Paesi che confinano con la Russia devono essere neutrali. Questa cosa andava detta e fatta molto tempo fa. Si sarebbe evitato di lacerare il popolo ucraino, oggi diviso fra una popolazione fortemente russofona che non a caso si è rifugiata a Mosca e una maggioranza ultra nazionalista. Questi ultimi nutrono un odio viscerale contro i russi a causa di una situazione di forte tensione che invece di essere risolta è stata aggravata e portata alle estreme conseguenze”.

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