Ucraina. La regola di guerra è l’opposta propaganda. Ma nessuno dice la verità

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Nessuno giustifica l’aggressione russa e la violazione delle sovranità statuali. Ma quando c’è un’emergenza, qualunque essa sia (per la guerra, per la crisi economica o energetica), assistiamo al solito gioco della comunicazione da pensiero unico: “Il male contro il bene”. E la controinformazione non deve essere il relativismo, ma l’obiettività.

Partiamo dall’uomo-Putin. In passato serviva tenerlo buono per l’approvvigionamento di materie prime e non solo; ed era ritenuto un interlocutore importante, strategico. Malgrado tutti gli esperti considerassero le sue fonti, “fonti sporche” (gas, petrolio, carbone) opposte e in palese contrasto col disegno e i desiderata della Green-Economy (le fonti rinnovabili). Adesso, è ovviamente un pazzo e addirittura un malato (secondo un nostro quotidiano il suo gonfiore nasconderebbe un tumore).

Anziché guardare ai propri errori, l’Occidente si lava la coscienza ricorrendo al famoso “capro-espiatorio” su cui riversare ogni vulnus, lasciandosi il ruolo di giusto e perfetto, sinonimo di civiltà.
E qui non si salva nessuno. Dai “talebani del pacifismo” (in prima linea però nel dare le armi e ipotizzare eserciti europei), ossia, dal Pd ai moralisti giustizialisti-grillini, che lo hanno incontrato più volte (il ministro Di Maio che parla di pace e diplomazia e non sa cosa voglia dire e, da “maturo statista”, ha chiamato Putin una bestia, tanto per rasserenare gli animi), ai sovranisti tricolore, che da quando è scoppiata la guerra in Ucraina, stanno facendo delle grottesche giravolte per far dimenticare la loro solidarietà patriottica al campione dei valori tradizionali e identitari dell’Europa.

La Meloni nel nome, di un patriottismo continentale che nei momenti difficili può superare quello nazionale (suo l’accostamento dell’invasione russa ai carrarmati “comunisti” che schiacciarono la libertà di Budapest e Praga: un accostamento totalmente fuori luogo). Salvini, quello delle felpe pro-Putin che si è messo a fare il pacifista, l’attivista umanitario ai confini dell’Ucraina. Ci sarebbe da domandargli chi è il suo dotto consigliere (è dal Papeete che non ne indovina una).

Poi, c’è il tasto più doloroso e delicato. Tutte le nazioni in guerra producono una narrazione controllata ed eterodiretta dai militari, dai servizi e dai governi: si chiama ragion di Stato. Non c’è da indignarsi, ammesso che l’informazione sia sempre libera e indipendente pure nei momenti di pace e non piuttosto condizionata dalle linee editoriali, dagli interessi economici e dalle appartenenze politiche (un tema non da poco). Quando la narrazione controllata la fanno gli Usa (legittimati dal Patriot Act) è normale, quando la fa la Russia è propaganda. Non dimentichiamo che siamo stati coinvolti in una guerra sulla base di una fake, come le armi di distruzione di massa di Saddam.

Tutta la comunicazione attuale di Zelensky è verità, quella dei russi manipolazione, falsità. Solo perché il primo è la vittima, il secondo il carnefice.
E noi spettatori, diamo per scontati i racconti e i commenti che ci arrivano dalle nostre tv e dai nostri conduttori o ospiti dei panel, tutti schierati. E quando qualcuno si avventura in analisi “fuori dagli schemi” viene immediatamente accusato di alto tradimento e subisce vere pressioni professionali, al limite del licenziamento.
Ed ecco che i cittadini che si mettono divise militari per combattere battaglie non loro, per soldi o per ideologia, se dalla parte dell’Ucraina (nazisti compresi, inquadrati nell’esercito regolare), diventano “volontari”. Se dalla parte, dei russi, sono “mercenari” (la Brigata Wagner etc).

Lo schema “bene-male” è un mantra che ormai ci appartiene e impedisce vere riflessioni, dialettica, confronto, sintesi tra posizioni. Al punto che si perde ogni obiettività. Ad esempio, noi italiani diamo lezioni di libertà al mondo, e non ci accorgiamo che da noi questa libertà è continuamente limitata e compressa: dall’emergenza pandemica (abbiamo accettato un passaporto per vivere ed esistere), all’emergenza energetica. Lo hanno visto i portuali di Trieste (colpiti con gli idranti), lo vedranno i 70mila autotrasportatori fermi per il caro-carburante. Del resto, il modello-Canada insegna.

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