Banche in fuga dalla Russia, Unicredit guida le italiane

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E dopo l’Eni – della quale abbiamo parlato ieri – ora è Unicredit a ingrossare le fila delle aziende in fuga dalla Russia, nella speranza di riuscire a volatilizzarsi prima che il regime putiniano decida di nazionalizzare i suoi asset. La scelta pare obbligata, ma sarà tutt’altro che indolore.

Unicredit è infatti una delle banche europee più esposte nel Paese, dove ha 79 filiali, dà lavoro a 4mila dipendenti e ha in circolazione prestiti per 7,5 miliardi di euro. Numeri che la rendono la 14esima banca di Russia, e le consentono di ricavare lì il 3% dei suoi incassi complessivi. Banca che però è poco attiva con la popolazione locale, avendo sempre preferito avere come clienti le aziende europee operanti nel Paese. Questa è un’ottima notizia, perché questi crediti sono molto più facilmente recuperabili. In ogni caso l’amministratore delegato Andrea Orcel, che ha parlato con brutale sincerità della questione durante il suo intervento alla Morgan Stanley financial conference in programma ieri a Londra, ha calcolato in quasi 2 miliardi le perdite da mettere in conto; una somma tutt’altro che piccola ma gestibile da un istituto rilevante come quello milanese. Gli investitori hanno finora dato fiducia a Piazza Gae Aulenti, ma la banca ha sofferto molto in borsa: rispetto al picco raggiunto il 10 febbraio scorso, pochi giorni prima dell’inizio del conflitto, ha perso il 40%. Nonostante questo dato Orcel ha confermato che ha intenzione di onorare l’impegno di pagare un dividendo di 1,2 miliardi ai suoi azionisti, come annunciato a inizio anno.

Alcuni osservatori hanno criticato la lentezza con la quale le banche internazionali si stanno ritirando dalla Russia, ma pochi considerano il fatto che liquidare la presenza di una banca è un po’ più complicato rispetto a una normale azienda. Quando McDonald ha voluto lasciare il paese ha dovuto più o meno limitarsi a smettere di friggere patatine e abbassare le saracinesche; nel caso di una banca c’è da mettere in conto come minimo la liquidazione dei prestiti in essere. Ecco perché Orcel ha detto che “sarebbe abbastanza facile per me dire che stiamo lasciando la Russia. Sarebbe quello che tutti noi vogliamo fare ma dobbiamo considerare seriamente l’impatto”.

Ma ormai il processo è partito; a breve nessuna banca occidentale sarà più presente a Mosca: dopo i giganti JP Morgan e Goldman Sachs persino Deutsche Bank, che in un primo momento aveva deciso di restare, ha cambiato precipitosamente i suoi piani e si prepara a smantellare. Va detto che questa operazione è più dolorosa per l’Italia che per il resto dell’Occidente. Gli Stati Uniti, ad esempio, sono esposti con le loro banche per appena 15 miliardi di euro contro i 25 delle banche italiane. A preoccupare sono anche le reazioni del regime russo; le banche in fuga potrebbero essere “punite” con una serie di attacchi hacker per i quali la Russia è da tempo tristemente famosa. Possibilità non esclusa dal presidente del Consiglio di vigilanza della Bce Andrea Enria, secondo il quale questa è “una minaccia concreta” di fronte alla quale sarà bene farsi trovare preparati.

 

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