Guerra mediatica. Ma Zelensky vuole o non vuole entrare nella Nato?

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Anche la guerra mediatica non conosce tregua. Del resto, la propaganda è una regola obbligata, specialmente quando di mezzo c’è uno scontro armato, con un aggressore ben preciso, che deve giustificare la sua invasione e un aggredito che deve motivare la resistenza e difendersi.

Putin ha parlato di “operazione speciale”, un modo singolare per evitare la parola guerra. Operazione che richiama il concetto di ospedale (appunto operazione chirurgica). Ossia, l’eliminazione fisica della sovranità dell’Ucraina. Per questo è e dovrà essere “speciale”. Secondo la logica della comunicazione continuerà fino alla fine, con buona pace di pacifisti e mediatori che sperano nella diplomazia, nelle trattative e nella forza delle sanzioni.
Zelensky, che rispetto allo Zar, usa magnificamente i social, svolge il ruolo ovvio della vittima (e ha ragione); per questo è al momento vincente, e non solo a livello tecnico.

Alla faccia di una guerra che sta vedendo morti ovunque, fughe di massa, distruzioni, drammi terribili, fatti raccontati in modo opposto (dal giornalista Usa, all’ospedale dei bimbi, fino alla centrale nucleare), Zelensky, sempre in versione casual, si sta collegando con mezzo mondo, suscitando stanting ovation collettive (dall’Inghilterra agli Usa, fino a Beruxelles), ma ottenendo pochi aiuti, al di là delle armi. Niente no-fly zone, niente coinvolgimento diretto della Nato. Altrimenti scoppierebbe la terza guerra mondiale. Il presidente dell’Ucraina sa che la sua richiesta non può essere accettata? E se ne è consapevole, perché tira per la giacca il resto del mondo?

Dopo aver lavorato questi ultimi anni per entrare in Europa e nella Nato, trasformando il volto del suo paese (la chiama e la chiamano occidentalizzazione), sia dal punto di vista politico, sia economico, sia culturale (aborto, utero in affitto legale, laicizzazione della società etc), l’altro giorno ha affermato “per noi niente Nato”.
Smentendo la narrazione che ha scatenato la guerra. A meno che, e questo andrebbe esplicitato, lo scontro è nato per altre questioni (energetiche? Geopolitiche?). E allora i due leader in guerra dovrebbero dirlo.

Ma bisogna fare attenzione alla frase pronunciata dall’ex comico, ora presidente ucraino: la comunicazione è l’io. Lui ha detto testualmente: “E’ impossibile entrare nel patto Atlantico”. Tradotto, vorremmo, ma non possiamo.
Una strategia, una presa d’atto della sconfitta, un passo verso l’accordo con Putin che poi vuol dire cessione della Crimea, autonomia delle famose Repubbliche popolari del Donbass, smilitarizzazione del Paese e attestazione costituzionale della neutralità.
Cose che Putin sta già ottenendo sul campo (e infatti, ha risposto che Zelensky “non è serio nei negoziati”). Anche perché per uscirne tutti dovranno sembrare vincitori: la Russia, l’Ucraina, l’Europa, gli Usa, la Cina, la Turchia.
Una comunicazione virtuale e ipocrita che tra pochi giorni sicuramente si sposterà dalla cronaca di guerra alla cronaca degli effetti delle sanzioni. E qui, ne vedremo delle belle. Una nuova, ulteriore fiction.

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