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Europa, la retorica dell’unità si infrange sul business del gas

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La guerra in Ucraina ha rilanciato la retorica dell’unità tra i Paesi dell’Europa. Ma ogni tanto avviene qualcosa che smentisce il quadro idilliaco dipinto dai commentatori più vicini all’europotere. È così che l’entusiasmo degli europeisti più convinti va a sbattere contro la prosaica realtà degli interessi di bottega: l’unità è bella finché conviene, ma se non c’è la convenienza economica, è meglio marciare divisi.

È il caso della (sempre meno) silenziosa battaglia che si sta svolgendo in questi giorni sulla proposta di un tetto al prezzo del gas al fine di limitare i costi di approvvigionamento per fare fronte al temuto taglio delle forniture dalla Russia, soprattutto a seguito dell’annuncio di Putin di accettare solo acquisti in rubli.

La proposta del tetto vede, da un lato,  favorevoli l’ Italia, la Francia, il Belgio e altri Paesi mediterranei,  e, dall’altro, contrari i soliti Paesi del fronte del Nord Europa, a partire, come sempre, dall’Olanda.

La spiegazione ufficiale del no al prezzo calmierato è che la fissazione di uno stop all’aumento disincentiverebbe i produttori di metano a vendere ai Paesi europei, con il conseguente impoverimento delle riserve di energia. È un argomento che non convince nessuno, non fosse altro perché l’Ue può  comunque far valere la sua massa critica sul mercato, anche in vista della necessità, di cui tutti si dicono convinti, di acquisti e stoccaggi in comune.  L’Italia ha peraltro raggiunto un accordo per un surplus di forniture di gas (tra i 9 e gli 11 miliardi di metri cubi all’anno) dall’Algeria e in misura minore dalla Libia. Il che ci darebbe una grossa mano perché la nostra dipendenza dalla Russia è di circa 29 miliardi. Altra energia arriverebbe attraverso acquisti di gas liquido (ci dovremmo presto dotare di due rigassificatori galleggianti). E altro gas arriverebbe dall’Azerbaigian e passerebbe per il Tap con destinazione Salento, la stessa struttura, sia detto per inciso, cui si oppose in anni passati il fronte ecologista del No, con il M5S in prima linea.

Insomma, non c’è il rischio di rimanere a secco per il prossimo inverno. Quindi il problema è un altro e si chiama “speculazione”. E sì, perché le società di intermediazione del gas stanno facendo affari d’oro, con il prezzo del metano salito alle stelle. Dove hanno sede gran parte di queste società? Guardacaso in Olanda. E, sempre in Olanda, ad Amsterdam c’è la piazza del mercato del gas in Europa, nella  quale, in queste ultime settimane, girano cifre da capogiro. E poco interessata a fissare un tetto al prezzo del gas c’è anche la Germania, che ha firmato contratti a lunga scadenza con il fornitore russo.

Tutti, alla fine, fanno i propri interessi. Ed è certamente legittimo. Ma almeno non ci spacciassero per lungimiranza ciò che invece è un calcolo assai piccino di superprofitto a breve termine.

Resta il fatto che l’Italia dovrà accumulare entro ottobre scorte di gas al 90 per cento della capacità, in modo da affrontare senza patemi la prossima stagione fredda, disattivando anche la minaccia di Putin di chiudere i rubinetti. Il rischio è che famiglie e imprese sopportino un costo altissimo. Così, se noi dovremo pagare bollette vertiginose il prossimo anno, altri, in Nordeuropa, brinderanno con lo champagne ai profitti da record.

E continuano a chiamarlo europeismo.

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