Francia. A salvare Macron e la Ue, salvo sorprese, ci penserà il doppio turno?

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Come ha detto bene Aldo Di Lello, se le cancellerie europee hanno tirato un sospiro di sollievo rispetto al primo brivido (l’eventuale sorpasso della Le Pen), il brivido potrebbe ripresentarsi in vista del secondo turno.

Di cosa esattamente ha paura l’establishment di Bruxelles, con annessi sodali nostrani? Che la gente comprenda che l’Occidente a guida Usa è solo una fiction, una maschera residuale, non c’è più un vero coesivo, non ci sono più principi forti, non c’è più coesione sociale, non viene garantita la pace, la sicurezza e il benessere è un ricordo lontano.
Se guardiamo infatti, alla campagna vaccinista e alla mobilitazione anti-Putin, sembra che come fattore aggregante dei popoli e degli Stati sia rimasto solo il pensiero unico mediatico (nemmeno economico, basta fare l’elenco delle differenti reazioni sulle sanzioni comminate a Mosca).

Un pensiero unico che obbliga ad appartenenze e a tifoserie morali, religiose, ideologiche. Divisioni che non hanno più nulla a che vedere con la vecchia contrapposizione da guerra fredda, dove almeno l’Europa respirava ancora valori identitari, cristiani e liberali autentici. Oggi al potere ci sono le tecnocrazie laiciste, governi elitari, la politica è commissariata, i parlamenti sono esautorati, insieme alla democrazia parlamentare. Tra Draghi e Macron ci sono poche differenze: sono entrambi espressione delle caste e il loro obiettivo è costruire la società del futuro in modo direttoriale (si pensi alla Green-Economy, al Pnrr). E l’alto astensionismo, dalla Francia all’Italia, vuol dire che nei cittadini c’è la consapevolezza che il proprio voto valga poco, che tutto cambi perché nulla cambi, tanto a decidere sono sempre i “migliori”.

Non a caso da noi uno su due non si reca alle urne. Eppure ci sarebbe da riunire una grande fetta di delusi della destra, della sinistra, dei grillini, dei sovranisti, cattolici che non apprezzano le recenti scelte della Cei, la vasta area no-Green-Pass, lavoratori che non si riconoscono nella Triplice etc. Segmenti ampi di società che attendono unicamente qualcuno in grado di federarli.

La stessa protesta che in Francia, secondo categorie ancora classiche, si è tradotta nel voto populista di destra e sinistra (dalla Le Pen, da Zemmour a Melenchon), a oggi maggioritario, rispetto al quadro tradizionale transalpino che vede i partiti storici sparire o essere fortemente ridimensionati (i socialisti, i gollisti). Una realtà che commentatori e politici di casa nostra hanno cercato di sminuire, nel nome di una vecchia e superata rappresentazione liberal (conservatori a destra e radical a sinistra), che etichetta e bolla come illiberali, fascisti o comunisti, le idee che non capiscono o che non vogliono capire.

Il partito di Macron (la sua è una leadership usurata), pur restando in pole, non sembra più esercitare quel fascino rinnovatore che lo ha portato al successo alle scorse presidenziali. Il suo Dna è il classico movimento formalmente antipolitico, sostanzialmente espressione dei poteri forti. Che sfonda subito, ma rischia di cadere altrettanto repentinamente. Come Draghi che non ha avuto nemmeno il bisogno di guidare un suo soggetto politico, visto il flop della stagione populista italica. E che ora sta al palo, incapace di esprimere una visione alta in grado di governare le fibrillazioni interne alla maggioranza.

La Le Pen questa volta ha avuto il merito di collocarsi in un’area più moderata, vista la presenza di un candidato radicale (Zemmour) e di aver glissato sulla sua amicizia con Putin, una strategia migliore rispetto a quella grottesca di Salvini, e aver puntato sui temi sociali, economici, energetici, fiscali, che realmente interessano i cittadini.
Certo, come dice Aldo Di Lello, se dovesse riuscirle il colpaccio al ballottaggio sarebbe un problema per la stabilità e unità a senso unico della Ue. Tante cose cambierebbero negli indirizzi geopolitici e geoeconomici. Ma il sistema elettorale francese è stato studiato apposta per blindare il Palazzo. Ovviamente ci aspettiamo, salvo sorprese, la costituzione di un fronte antifascista, un fronte anti-amici di Putin in vista del secondo turno. Una chiamata alle armi che in Francia, come da noi, funziona: tutti “contro” e non tutti “per” (come è accaduto al voto del primo turno). Col risultato che in Italia un partito che ottiene più del 20% va al governo, in Francia non conta nulla.

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