Via Crucis. Grazie papa per la Croce ucraina e russa. Ma troppo “famigliarismo”

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Finalmente lo scorso Venerdì Santo si è rivisto a Roma ammassato e mobilitato il popolo cristiano. Era tanto che non accadeva.

Fin da quel lock down troppo passivamente accettato dalle istituzioni ecclesiastiche, che ha sfilacciato quel legame fondamentale che unisce e deve unire i fedeli con i luoghi pubblici del sacro, cioè le Chiese. Dando non solo un’immagine troppo arrendevole della fede, che al contrario, nei momenti drammatici, di emergenza storica per i popoli, deve essere presente, vigile e attiva. Ma anche aprendo di fatto a una religione “fai da te”, da vivere virtualmente nell’intimo dentro casa davanti a un computer, eclissandosi definitivamente dalla sfera pubblica e comunitaria.

Un popolo in piazza, con tanti giovani, ripresi puntualmente dalle telecamere, e finalmente uomini e donne in toga non maggioritari.
Meraviglioso, suggestivo e toccante, il silenzio del papa, la sua postura, e la stazione (la tredicesima), tanto attesa, che ha visto due donne, una russa, un’altra ucraina, unite ad abbracciare la Croce.

Sono fiero di una Chiesa e di un pontificato che ha resistito al pensiero unico della guerra, alla logica degli opposti giacobinismi, all’ipocrisia della pace armata, ribadendo di parlare al cuore degli uomini e non ai governi, autocratici o democratici che siano (nessuno escluso).
E nella esposizione, che sappiamo essere stata criticata e bloccata in anticipo, pure qui, ottima scelta, non si è fatto il nome di Putin o di Zelensky.
Si è scelto il silenzio, non come decisione ambigua, neutra, ma come dimensione spirituale superiore.

Tragico destino quello di un papa, come Francesco, sempre tirato per la giacchetta, esaltato quando sembra offrire il cuore al progressismo, al laicismo, e censurato quando si riferisce ai valori non negoziabili della fede: dall’aborto al gender, dall’eutanasia al Ddl Zan.

L’unica nota della Via Crucis su cui aprire una riflessione, l’eccessivo messaggio “famigliarista”. L’effetto che ne è risultato è che se non si sta dentro lo schema dei figli (padri che soffrono, famiglie numerose, figli disabili, padri che muoiono, madri che ce la fanno lo stesso), si sta fuori dalla religione. Comprendiamo l’intento, ma non è stato proprio il papa a parlare di conigliera cattolica? E perché il messaggio (almeno una stazione andava dedicata all’argomento) non è stato previsto pure per i single, i soli, gli anziani? A loro la Chiesa non parla?

Ben inteso la famiglia è la prima indispensabile e insostituibile cellula naturale, ma visto che si vuole andare verso il mondo ed evangelizzarlo, specialmente quando al centro ci sono i migranti, la povertà, la libertà, una diversa fotografia della società, con un occhio veramente a tutti, sarebbe stata opportuna.
Infine, i toni: troppo plumbei, tetri, come se la religione fosse sempre legata a drammi, a prove, alla sofferenza, e svolga solo una funzione consolatoria (tanto per non infastidire il perimetro del potere).
Anche nella cornice del Venerdì Santo si sarebbe potuto preludere alla rinascita, alla gioia, alla felicità, alla vita.

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