Partecipazione, una nuova e storica parola d’ordine per uscire dalla crisi

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Perché Partecipazione è una nuova parola d’ordine in tema di lavoro, imprese e sindacati?Gli anni Settanta sono stati caratterizzati da uno scontro permanente, da conflitti sociali, violente contrapposizioni ideologiche, antagonismi vari, fasi buie come quella del terrorismo. C’era una parola ormai dimenticata: la lotta di classe, figlia delle vecchie categorie marxiane, borghesi contro proletari, studenti e operai contro lo Stato capitalista, servo degli americani. E il sindacato era di fatto barricadero, ovviamente dalla parte dei diritti dei lavoratori sfruttati dalla logica aziendale del profitto. Non dimentichiamo che alle battaglie della Triplice si devono le conquiste, i diritti, le garanzie e le tutele nelle fabbriche, nelle aziende, conquistate a prezzo di duri scioperi, sofferenze, impegno e sacrifici personali e famigliari da parte dei diretti interessati. Lo Statuto dei lavoratori rappresenta ancora oggi una costituzione esemplare e un esempio tangibile di democrazia sociale con al centro la dignità della persona che lavora. 

Uno Statuto sulla scorta di una tradizione sociale, il Welfare italiano, erede della legislazione sociale di Giolitti.

Poi, a partire dagli anni Ottanta, lo Stato sociale è diventato per la vulgata dominante assistenzialismo, parassitismo; le protezioni una gabbia obbligata senza doveri, a cui ha fatto seguito la stagione dell’ultraliberismo con annessa narrazione antisindacale, nel nome dell’efficientismo, dell’individualismo anti-contrattuale. La visione americana del lavoro ha preso il posto della concezione sociale. Il nuovo mantra è stata la deregulation che ha visto sia una parte della destra politica sia una parte della sinistra, consenzienti (tu chiamale se vuoi privatizzazioni). 

E il risultato è stato ancora una volta lo sfruttamento dei lavoratori, la perdita di conquiste sociali, a partire dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, etichettate come privilegi inutili e superati.

Adesso, dopo vari decenni, ci sono dei nemici più grandi e più forti: il Covid, la guerra, la transizione energetica, la nuova crisi economica. Sfide che non possono essere affrontate e vinte se non all’insegna di una nuova collaborazione tra le istituzioni, la politica, il sindacato, le imprese, la cultura. Una prospettiva e una direzione che presuppongono un cambiamento culturale di tutti rispetto al passato e una trasformazione vera.

Ed ecco che una parola non nuova è tornata di moda: la partecipazione, che implica una ridefinizione dei rapporti tra parti che non si devono concepire più come nemiche, ma come interlocutrici di un progetto. La partecipazione, storico cavallo di battaglia della Cisl, proprio in questi giorni è stata riproposta, in veste attualizzata, dalla Flaei-Cisl, comparto elettrico, particolarmente colpito, ma per questo centrale ai fini di una diversa prospettiva.

Una nuova partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, rendendo operativo l’articolo 46 della Costituzione, che abbandona l’istanza rivendicativa, al momento anacronistica, come continua in taluni momenti a fare la Cgil, e dialoga con le imprese sulle strategie interne ed esterne delle aziende.

La proposta lanciata dal segretario generale della Flaei-Cisl Amedeo Testa, durante il XIX Congresso svolto a Paestum, è stata approfondita in una tavola rotonda cui hanno partecipato, oltre al segretario generale della Cisl Luigi Sbarra e docenti come Emmanuele Massagli (presidente Adapt) e Andrea Ciampani (professore Lumsa), anche importanti dirigenti delle aziende elettriche: Stefano Donnarumma, amministratore delegato Terna (ha inviato un video), Mauro Ghilardi, direttore People&Transformation Gruppo A2A, Guido Stratta, direttore People and Organization Enel e Claudio Mancini, responsabile Funzione risorse umane gruppo Acea.

Mondo aziendale che si è detto d’accordo con la proposta e disponibile a studiare percorsi condivisi per il bene del Paese, dei lavoratori e delle imprese.

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