Centrodestra, parla Becchi: “Meloni non si illuda troppo, rischia l’effetto…..”

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Si è conclusa a Milano la conferenza programmatica di Fratelli d’Italia con Giorgia Meloni che ha lanciato la sua candidatura alla guida del fronte conservatore, in pratica bruciando le tappe e aprendo la campagna elettorale con l’obiettivo di arrivare fra un anno alla guida di Palazzo Chigi forte dei sondaggi che danno il suo partito primo nel centrodestra. Ma intanto la coalizione sta incontrando serie difficoltà in vista delle amministrative di giugno, con la Sicilia che è una polveriera e altre città dove il centrodestra fa fatica ad unirsi. Dunque il nuovo centrodestra dovrà essere a trazione conservatrice? Ne abbiamo parlato con il filosofo sovranista Paolo Becchi che nel 2018 presentò il libro “Italia Sovrana” che in pratica rappresentava il manifesto del sovranismo in Italia all’epoca incarnato da Matteo Salvini e dalla Lega.

Professore, cosa pensa della tre giorni di Fratelli d’Italia e dello stato di salute complessivo del centrodestra?

“Non mi pare un modo fruttuoso di lavorare quello della Meloni. Ha fatto questa conferenza programmatica per dire in sostanza che da una parte c’è lei e dall’altra c’è Letta. Questo non mi sembra il modo migliore per rinforzare una coalizione, semmai unicamente per lanciare il proprio partito. Le faccio un altro esempio. Qui a Genova, dove ci sono tante liste a sostegno del sindaco uscente Bucci, il simbolo della Lega c’è ma non compare più in esso il nome di Salvini, mentre c’è quello della Meloni sul simbolo di Fratelli d’Italia. Ora, è vero che secondo tutti i sondaggi il partito della Meloni è in testa nel centrodestra ed è in competizione con il Pd per il primato nazionale, ma finora non c’è stata una conferma in termini di voto reali. L’ultimo test politico di riferimento restano le elezioni europee del 2019”.

Ma la convince l’idea del partito conservatore?

“Che significa essere conservatori? Come si vuole esserlo? Alla maniera inglese modello Thatcher oppure alla Trump? Mi sembra che lo scopo della Meloni sia principalmente quello di rinnegare il sovranismo per abbracciare l’atlantismo e il liberismo, per paura di non essere sufficientemente presentabile. Ma chiunque vorrà vincere le elezioni dovrà avere un solido programma ed una squadra di governo all’altezza dei tempi . Non bastano più i proclami ideologici, ci vogliono i programmi politici e il limite della tre giorni di Milano è di aver parlato tanto ma detto poco in termini programmatici. Meloni si candida ad essere l’alternativa a Letta, ma se poi sono d’accordo su tutto, ad iniziare dalla sudditanza nei confronti dell’Europa e della Nato, dove sta la differenza? Poi mi consenta di dire che quello della Meloni mi sembra un linguaggio ottocentesco”.

In che senso?

“Nel senso che trovo stucchevole questa eterna contrapposizione al grido di ‘noi stiamo a destra’. Sembra lo scontro fra due calvi, destra e sinistra che si contendono il pettine. Categorie ottocentesche ormai superate. La vera contrapposizione oggi è fra sovranisti e globalisti. Fra chi crede all’appartenenza ad un popolo e chi si professa europeista, eurista, atlantista, occidentalista. La vera scelta è fra chi fino a ieri ha difeso tutte le fallimentari politiche sanitarie sulla pandemia e oggi è pronto a difendere tutti gli errori che la Nato ha commesso e sta commettendo in Ucraina, e chi lotta per la libertà del popolo italiano. Questo è il sovranismo, che non è affatto superato da una destra che ritorna sui suoi passi e da una sinistra che da tempo ha perso la sua mission, ovvero la centralità del lavoro”

Salvini però sembra molto indebolito e da parte della Lega non si percepisce alcuna azione politica. L’unica che si sta muovendo è effettivamente la Meloni.

“L’idea di Salvini era quella di dare vita ad un partito repubblicano capace di raccogliere l’eredità della Lega e di Forza Italia. Mi sembra che questa idea sia ancora attuale. Ancora di più ora che la Meloni si appresta a mettere il cappello su un’eventuale vittoria del centrodestra per andare a Palazzo Chigi. Le difficoltà che il centrodestra sta incontrando oggi sono determinate dalla volontà della Meloni di capitalizzare un consenso che al momento però non ha, perché è dato soltanto dai sondaggi. Vedremo come andranno le amministrative che saranno un primo importante test da questo punto di vista. Ma c’è un aspetto da considerare”.

Quale?

“I risultati delle presidenziali in Francia. Marine Le Pen ha avuto un ottimo risultato ma alla fine ha vinto Macron perché al secondo turno non si è votato per qualcuno ma contro di lei. Questo perché nonostante la svolta moderata impressa al suo partito, la Le Pen continua ad essere considerata espressione della destra estrema e post fascista. E il destino della Meloni non sarà diverso, anche lei rischia l’effetto Le Pen. Piaccia o no FdI continua ad essere percepita e descritta dai media come un partito di nostalgici, il partito con la fiamma nel simbolo e con i militanti che alzano il braccio nelle cerimonie. Lo abbiamo visto alle ultime elezioni amministrative, con le inchieste giornalistiche che hanno tenuto banco per tutta la campagna elettorale rivolte a rappresentare il partito della Meloni come contiguo agli ambienti della destra neo fascista. Immaginate cosa potrà accadere se la Meloni si presenterà alle elezioni come leader del centrodestra”.

Chi dovrebbe essere quindi il leader della coalizione?

“Salvini deve trovare un accordo con Berlusconi e realizzare il progetto del partito repubblicano e insieme poi siglare un’intesa con la Meloni. Ma seguire l’idea del partito conservatore e andare a traino di FdI mi sembra una scelta suicida sinceramente. Significherebbe fare la fine della Le Pen. Servirà un candidato terzo, compatibile con le varie anime del centrodestra. Non sarà facile individuarlo, ma certamente non mi sembra fattibile la strada di indicare come leader il capo del partito che prenderà più voti e candidarlo poi alla guida del governo. Servirebbe un candidato liberale espressione della migliore tradizione di Forza Italia, non quella di Brunetta per intenderci, un candidato modello Marcello Pera per esempio, portabandiera di un pensiero liberale e cristiano al tempo stesso, da unire al pensiero federalista della Lega e a quello conservatore di Fdi. Anche perché non dimentichiamo che Lega e Fratelli d’Italia sono molto diversi dal punto di vista politico”.

Il presidenzialismo potrebbe essere un punto di partenza per un nuovo centrodestra?

“Non mi sembra che il modello proposto dalla Meloni possa andare bene alla Lega. Un presidenzialismo senza autonomie comporterebbe un sistema centralistico e se Salvini accettasse una soluzione di questo tipo condannerebbe a morte la Lega. Un’ipotesi semipresidenziale potrebbe essere presa in seria considerazione soltanto se coniugata con un forte rilancio delle autonomie, ma mi pare che la Meloni di autoniomie non voglia nemmeno sentir parlare. Inoltre ritengo che un punto essenziale debba riguardare l’affrancazione da tutte le sudditanze che ci stanno soffocando, quella verso l’Europa e verso la Nato che penalizzano i nostri interessi. Dobbiamo tornare a ‘prima gli italiani’ come per Orban vengono prima gli ungheresi motivo che lo ha portato a stravincere le elezioni. Intendiamoci, io non sto dicendo che l’Italia deve isolarsi e uscire da tutto, ma semplicemente che l’interesse nazionale deve prevalere sugli interessi internazionali”.

A proposito di Orban , lei nei giorni scorsi ha esaltato il fatto che sulla guerra in Ucraina l’Ungheria sta seguendo una linea autonoma rispetto agli Stati Uniti, all’Europa e alla Nato, consapevole che andare allo scontro con la Russia comporterebbe danni economici al Paese. Perché in Italia invece da parte del centrodestra è così difficile assumere una posizione analoga?

“E’ quello che mi chiedo anche io e sinceramente non le so rispondere. Però va dato atto a Salvini di aver assunto posizioni critiche rispetto alla politica filo atlantista del governo anche se poi in Parlamento ha dovuto votare a favore per non mettere in crisi la maggioranza, sapendo perfettamente che in questo momento avrebbe tutto da perdere da una crisi di governo. La Meloni invece si sta facendo interprete di un atlantismo quasi dogmatico, in una sorta di gara con il Pd a chi è più filo Usa e filo Nato dell’altro”.

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