Lavrov. Dietro “Hitler ebreo” la debolezza del pensiero unico e della nostra cultura

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L’argomento-principe di questa settimana è stata la “famigerata” intervista di Lavrov, con tutte le ripercussioni che ha comportato: libertà di informazione, comizio ideologico, propaganda inaccettabile, revisionismo.

Possibile che da noi non si possano analizzare gli argomenti in modo obiettivo, senza schemi, pregiudizi, strumentalizzazioni?
Purtroppo la risposta è no. Specialmente in tempi di emergenza (economica, pandemica, energetica, bellica), la narrazione ufficiale deve prevalere, deve emarginare ed eliminare ogni dissenso, solo per irregimentare l’opinione pubblica.
Tutto, costi quel che costi, deve essere obbligatoriamente tarato agli obiettivi che si intendono raggiungere dall’alto: la vaccinazione, i sacrifici, l’invio delle armi (per “fare la pace”) etc. Senza reale contraddittorio, reale approfondimento, dialettica profonda, rispetto per le opinioni altrui.

Ma è proprio “lesa maestà”, scandalo assoluto, solo il pensare, il ritenere che il padre di Adolf Hitler possa aver avuto origini ebraiche; padre che tra l’altro, pare che non abbia mai riconosciuto il figlio?
Chi scrive conosce le regole: testimonianze, fonti, documenti che, va detto, non hanno mai confermato la tesi. Ma pure se fosse, qual è il problema? Hitler resta quello che è stato, ciò che ha commesso e il male che ha fatto a milioni di uomini, non solo ebrei.
Che il popolo ebraico sia il “popolo eletto” poi, non è certo uno scoop. E’ un dato di fatto teologico (secondo la tradizionale interpretazione ebraica della Bibbia, il carattere di Israele come popolo eletto è incondizionato, poiché Deuteronomio 14.2 afferma: “Tu sei infatti un popolo consacrato a YHWH tuo Dio e Dio ti ha scelto, perché tu [fossi il] suo popolo privilegiato, fra tutti i popoli che sono sulla terra”).
Più chiaro di così. Stesso dicasi per l’altro popolo, in questo caso autoeletto nel nome di una folle superiorità razziale ariana. Solo accostare i due “primati”, fa ridere, se non piangere.

Andiamo al punto. Detto ciò, che c’entra con le attuali polemiche nate da una clamorosa intervista? Le spiegazioni sono due: il vizio di usare la storia come clava politica è un’abitudine irrinunciabile da parte dei governi, dei regimi e dei partiti. E pure di certi intellettuali. Prova ne sono le varie operazioni di censura a posteriori, di personaggi del passato, rei di non rispondere alle dinamiche e interessi del presente.
Da sempre, infatti, pullulano i professionisti della patria, della Resistenza, dell’antifascismo, dell’anticomunismo, della democrazia, dell’umanità etc. Speculatori di mestiere che impediscono sia la verità, sia il vero progredire della cultura, sia il formarsi di un’autentica coscienza civile.
Anzi, la loro stucchevole e in molti casi, violenta retorica, prepara l’avvento proprio del contrario: l’ignoranza, il relativismo, il negazionismo.

La seconda ragione è che il pensiero unico dominante, come stiamo notando, che si avvale prevalentemente di una tv orientata, di panel preparati a tavolino, di giornali allineati, è assai debole.
I suoi creatori e divulgatori sanno perfettamente che anche la loro è nella sostanza una narrazione, una propaganda. E pure se tentano di auto-accreditarsi religiosamente (distinzione morale tra bene e male, cattivi e buoni, imponendo una neo-lingua), temono che il controllo possa sfuggire loro; temono che la contropropaganda russa possa fare breccia (paura che nasconde l’idea che il popolo sia una massa passiva e condizionabile di infantili).
Questo è il vero motivo della levata globale di scudi contro Mediaset, contro Brindisi, usando il mantra della questione nazista ed ebraica. Questioni che non esistono. La guerra, come la verità sono drammaticamente cose serie.

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